L’UNITÀ DEL VERBO INCARNATO CHE RACCOGLIE IN SÈ TUTTO L’UNIVERSO

«Non esiste religione che non abbia il suo fondamento ultimo nell’Incarnazione del Verbo. Quello che vi dico può sembrarvi un po’ strano, perché ci sono tante religioni nel mondo, ma consegue da quanto ha detto il Concilio Vaticano II […], che tutte le religioni fuori del cristianesimo sono una preparazione al Vangelo, cioè tutte le religioni in tanto sono vere in quanto tendono all'Incarnazione e trovano nell'Incarnazione il loro fondamento ultimo. Ecco perché tutte le religioni debbono essere assunte dal cristianesimo […], perché di fatto tutte tendono e trovano il loro compimento nel mistero dell'Incarnazione divina […].
"O Verbo eterno nel quale è la vita dell'universo…". Il Verbo è eterno, l'universo è qui, ma l'universo che è qui ha la sua vita di là. Queste parole bisogna stare attenti a non interpretarle in senso asiatico, in senso buddista o induista. In senso induista […], il Verbo è l'universo stesso. No, invece si tratta di un universo creato il quale ha la sua vita di qua e perciò tende: ecco la storia; tende: ecco l'aspirazione. Infatti per gli asiatici la storia non ha importanza, perché è una illusione; per noi invece la storia è fondamentale, il tempo è fondamentale, perché proprio attraverso il tempo, proprio attraverso la storia l'umanità, la creazione stessa aspira, tende e raggiunge questo Dio. C'è uno iato che deve essere superato ed è questo iato che è il fondamento, la radice di tutti i nostri desideri, di tutte le nostre aspirazioni. Non troviamo in noi stessi la vita, siamo angosciati perché aspettiamo qualcosa. Viviamo tutti nella consapevolezza che la vita è altrove, e tendiamo altrove. Ci possiamo illudere: la vita per alcuni può essere la giovinezza, per altri la ricchezza, un buono stipendio, ma quando l'abbiamo raggiunto sentiamo che ci rimane ugualmente quest’ansia, questo anelito, quest’aspirazione […].
Se la creazione è condizione [all’incontro con Dio], come può fare l'uomo a ritornare là dove era prima che fosse? Il cammino diviene estremamente arduo. Non per nulla coloro che [al di fuori del cristianesimo] sono giunti ad una esperienza simile si possono contare sulle dita di una mano in tutta la storia del mondo. Una di queste anime è Al Hallaj, il più grande mistico dell'Islam, un mistico di una grandezza molto maggiore (almeno come appare a noi) di quella di S. Giovanni della Croce e di S. Teresa. Ma questa grandezza gli veniva proprio da questo, che mancando[gli] l'Incarnazione del Verbo, non conoscendo la semplicità e l'umiltà di un Dio che si fa uomo, egli è costretto ad andare a Dio con una tale forza di volontà, con un tale impegno dello spirito, che lascia noi senza respiro. Qualche cosa di simile c'è sempre nei santi fuori del cristianesimo. Pensate a Gandhi. C'è un eroismo in questi uomini che supera nella sua drammaticità, nella sua tensione, la semplicità cristiana. L'eroismo cristiano è eroismo di amore e chi ama non avverte nemmeno quello che fa per l’amato, chi ama non misura il proprio sacrificio. Può essere benissimo che il santo cristiano faccia anche di più degli altri, ma non lo sa perché ama ed ama un Dio che gli si è fatto presente, un Dio che concretamente si è fatto suo compagno ed amico nel suo pellegrinaggio terreno.
Quello che distingue il cristianesimo […] non è una aspirazione a Dio, che, senza il mistero dell'Incarnazione sarebbe impossibile, ma è la conoscenza di un Dio fatto uomo, è il rapporto umile, ma vero, con un Dio fatto uomo.
Dice qui il secondo paragrafo: “O Verbo incarnato nel seno della Vergine...”. Non vi basta? Questo Dio nel quale sono tutte le cose, questo Dio nel quale è la vita dell'universo ecco diviene un bambino nelle braccia di Maria! Noi dobbiamo ritornare nel Verbo: o miei cari fratelli, come è semplice entrare in rapporto con un Dio che ti sorride! Come è facile entrare in rapporto con un bambino che ha bisogno di te! Una madre lo tiene sulle braccia... Giuseppe lo salva dalla persecuzione di Erode... I discepoli vivono, mangiano con Lui, camminano con Lui per le strade del mondo... Essere nel Verbo prima di tutto vuol dire ora (ed è una cosa estremamente facile) […] entrare in rapporto con questo uomo che è Dio, che è il Verbo fatto uomo per te […].
Ci rendiamo noi conto di che cos’è l'Incarnazione del Verbo? […] L'Incarnazione non è una qualunque presenza del Verbo di Dio nella creazione, ma è il Figlio di Maria, ma è l'uomo Gesù! È per questo che noi siamo infinitamente più grandi degli Angeli, non per natura, ma perché nessun angelo può paragonarsi a noi dal momento che il Figlio di Dio è uomo come noi. Se il rapporto con Dio si stabilisce attraverso il mistero dell'Incarnazione divina, nessuna condizione migliore di quella dell'uomo può esistere nella creazione e nessuna condizione migliore [di quella] della terra nei confronti di tutto il creato visibile.
Davvero la terra è il centro dell'universo! Davvero l'uomo è il cuore della creazione intera! Non sul piano fisico, sarebbe stupido pensarlo; non sul piano naturale (avrebbe tutte le ragioni Galileo di non accettare questa dottrina), ma sul piano della verità ultima nulla è più grande dell'uomo e nessun luogo della creazione può essere più santo di quello dove si sono posati i piedi del Figlio di Dio, più santo di quello che i suoi occhi hanno contemplato. Se siamo cristiani non possiamo negare l’antropocentrismo e il geocentrismo; non possiamo negare, cioè, né che l'uomo sia centro del mondo né che il mondo sia centro dell'universo. In questo mondo, non in un altro mondo, Dio si è fatto uomo! “Non angelum apprehendit, sed semen Abrahae apprehendit”. “Non assume la natura dell'angelo, ma la natura dell'uomo”: si è fatto uomo!
“O Verbo incarnato nel seno della Vergine...”[…]. Non abbiamo da cercare oltre i cieli, Egli è qui, Lui che è il Verbo! Non dobbiamo cercare di proporzionare Dio alla nostra pochezza, perché Dio non si proporziona: Egli rimane l'immutabile, l'immenso. Nell'Incarnazione è la nostra pochezza che è assunta da Dio che è l'infinito; nella Incarnazione è la nostra povertà che viene assunta da Dio. È questo che noi viviamo, anche se non ne abbiamo piena coscienza: un atto dell'uomo che viva in stato di grazia, un atto dell'uomo che realizza un rapporto con Dio vale più di tutte le conquiste umane. L'ho detto altre volte: la preghiera di un bimbo è molto più, infinitamente più che andar nella luna! Ma dirò ancora di più, che tutta la storia del mondo e tutta la vita dell'universo non ha proporzione col più umile atto che io compio, se lo compio in rapporto con Lui; perché la creatura non potrebbe mai vivere un rapporto con il Dio tutto santo e ora, invece, io lo vivo, se lo guardo negli occhi, se ne ascolto la voce, se lo prendo sulle mie braccia, Lui, il Figlio di Dio!
E tutto questo noi lo possiamo fare ogni giorno, ogni ora, in ogni istante, perché, se Egli si è fatto uomo e nella sua vita mortale è stato condizionato necessariamente dal tempo e dallo spazio e per questo è vissuto solo in un certo luogo della terra e in una certa età, ora, risorto da morte, Egli rimane con noi. Vi rimane in un modo diverso ma ugualmente reale e tu mediante la fede puoi ancora vivere con Lui ed Egli con te […].
“Magister adest et vocat te! Il Maestro è qui e ti chiama!” (Gv 11, 28). Ognuno di noi, se vive la vita cristiana, sente che queste parole in ogni istante sono a lui rivolte, perché Egli è qui. Ma tu sei qui per vederlo? Sei veramente qui per ascoltare la sua voce? […].
“O Verbo Incarnato nel seno della Vergine, che in Te raccogliesti tutto l'universo per presentarlo e portarlo al Padre...". È giusto: già in Lui è tutto l'universo, ma vi è l'universo ideale. Ecco cos’è l'Incarnazione del Verbo: prima che la creazione venisse all'esistenza era già tutta nel Verbo come idea archétipa; tutto era già in Lui, nulla poteva essere fuori di Lui, perché tutto quello che è non può non essere in Dio. Già, ma vi era come idea, vi era come possibilità di partecipazione, non vi era come qualche cosa di distinto da Lui. Ora, è questo che opera l'Incarnazione: Egli prende in Sé quello che aveva creato. Non è più il Verbo eterno, è il Verbo Incarnato. Che cos’è l'Incarnazione? È l'assunzione di una natura umana.
Siamo qui in terra di Romagna e ci sono perfino alcune di Mirandola, la patria del grande Pico, che diceva che l'uomo è un microcosmo. Nell'assumere la natura dell'uomo il Verbo ha assunto in atto primo tutta la creazione, perché l'uomo in qualche modo è già tutta la creazione essendo spirito e carne. L'uomo è l'essere nel quale si riassume la creazione di Dio. Assumendo perciò la natura dell'uomo, il Verbo, in atto primo, ha assunto tutto. È per questo che nel Verbo incarnato c'è il fondamento della elevazione all'ordine soprannaturale anche degli Angeli, perché in noi vi è qualche cosa anche dell'angelo dal momento che siamo spirito, anche se siamo uno spirito legato ad un corpo. È dunque nell'uomo Gesù che tutto viene riassunto da Dio: quello che Dio aveva creato ora Egli lo riprende, ma per dare a quello che ha creato la sua medesima vita, la sua stessa divinità. Sarebbe stata sufficiente l'Incarnazione del Verbo perché questo avvenisse, ma voi avete ascoltato […] S. Paolo: “Io non ho saputo in mezzo a voi se non Cristo e Cristo crocifisso” (1 Cor 2, 2). La cosa terribile è questa e noi la viviamo oggi proprio nella civiltà del secolo ventesimo: il senso di indipendenza da Dio, il senso di autonomia da Dio. È questo il peccato dell'uomo. Dal peccato di Adamo fino ad oggi non c'è altro peccato: gli altri peccati sono tutte forme di questa autonomia, di questa volontà di indipendenza dal Signore, per cui si vuol creare da se stessi la propria salvezza, si vuol stabilire in se stessi la propria grandezza e libertà. Non c'è altro peccato. Nell'uomo, sia nel peccatore che nel santo, c'è necessariamente la medesima esigenza di essere Dio. Dio aveva promesso all'uomo di elevarlo, ma l'uomo doveva divenire Dio in dipendenza da Lui, in obbedienza al suo comando; l'uomo invece vuole essere Dio contro Dio, ecco il suo peccato. E di fronte al peccato dell'uomo, che afferma una sua autonomia, più o meno grande, non basta più nemmeno l'Incarnazione, perché l'Incarnazione è assumere la natura ma non la libertà dell'uomo e specialmente il suo peccato. Il Verbo di Dio assumerà allora anche il peccato e insieme il castigo e la pena dovuta al peccato: ecco il Cristo crocifisso. Ed è nel Cristo crocifisso che si compie la redenzione universale; ed è nel Cristo crocifisso che, riassumendosi in Lui tutta l'umanità e tutta la creazione, in Lui viene salvata. Vi ho parlato prima di Gesù Bambino, ma non basta Gesù Bambino; Gesù Bambino è la gioia di sua Madre, perché Ella era senza peccato, ma gli uomini non lo conoscono ancora. È il Cristo crocifisso il Verbo eterno che, incarnandosi, raccoglie in sé un universo rovinato dal peccato, una umanità peccatrice.
Ora se noi vogliamo vivere una vita spirituale, se noi vogliamo ordinarci a Dio per ritrovare in Lui la nostra felicità, bisogna che il Cristo ci assuma; ma Egli non ci assume senza una nostra volontà personale: ecco la ragione della consacrazione. Perché ci consacriamo? Perché Egli ci ha creati liberi, non può assumerci, se noi non vogliamo. E noi vogliamo solo nella misura che ci strappiamo a noi stessi, al nostro peccato, per donarci a Lui. Il nostro consenso a Cristo che ci prende è sempre una morte, perché siamo tutti peccatori. Un donarci a Cristo vuol dire dunque strapparci alle nostre radici, al nostro egoismo, alle nostre ambizioni, alla nostra sensualità per appartenere a Lui solo. Ecco perché non solo il Cristo è crocifisso, ma noi stessi non possiamo essere assunti in Lui che in Lui crocifisso, cioè nella sua morte.
È una cosa semplice e bella quello che la vita spirituale ci propone: il consenso a un amore che ha preso l'iniziativa. Non potendo noi ritornare nel Verbo anche con la grazia di Dio, se non attraverso una immensa fatica, Egli stesso si è fatto uomo per te e assumendo la natura dell'uomo ora aspetta da te soltanto di assumere la tua persona individuale attraverso il consenso della tua libertà. La prima consacrazione che dobbiamo fare è una consacrazione a Cristo. Gli apparteniamo in atto primo in quanto è il Verbo nel quale siamo stati creati; gli apparteniamo in atto secondo perché Egli ha assunto la nostra natura; gli apparteniamo poi per la libera nostra scelta, in quanto strappandoci al nostro egoismo e alla nostra falsa autonomia, vogliamo che Egli ci possegga; rinunziamo alla nostra libertà per essere totalmente suoi, per essere posseduti da Lui, in tal modo che in noi ora viva Egli soltanto.
È per questo che la vita spirituale si dice vita cristiana. Non vi è una vita soprannaturale che non implichi il nostro inserimento nel Cristo, la nostra imitazione del Cristo, la nostra identificazione con Cristo Gesù, ma identificazione nella natura una. Si è detto prima che le cose debbono tornare ad essere quello che erano in Dio prima che fossero, distinte dal creatore, ma non divise perché in Cristo diveniamo veramente un solo Uomo, un solo Corpo, un solo Regno. Diceva Origene che il Regno di Cristo non è altro che il Cristo, non c'è un regno al di là di Lui. Il Cristo è tutto; tutto si identifica a Lui, però nella unità del Cristo [rimane] la distinzione delle persone: io e Lui, lo Sposo e la sposa. Giustamente una consacrazione implica, per la unità del Cristo, non soltanto l'assunzione della natura, ma il consenso delle volontà. Ora, è nel consenso delle volontà che si compie il matrimonio ed è veramente una unione nuziale quella che si deve vivere nel Cristo, una unione nuziale che ci fa un solo corpo con Lui, pur nella distinzione delle persone: l'amante e l'amato; ognuno di noi lo è vicendevolmente nei riguardi di Cristo.
La vita cristiana allora è una cosa molto semplice; non consiste affatto nelle virtù, ma nel rapporto col Cristo. Se non avete questo rapporto andate all'inferno anche se avete tutte le virtù: se avete questo rapporto andate in Paradiso anche se avete tutti i peccati».
 
L’articolo è tratto interamente dagli Esercizi di Tossignano, 3-7 settembre 1978.

A cura del Comitato della Formazione

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