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IL FUNERALE
Martedì 21 febbraio, ore 15.00. Basilica della Santissima Annunziata: sulle note del canto maestoso “Requiem aeternam...”, rigorosamente in gregoriano, i celebranti sfilano davanti alla bara del Padre, misteriosamente e provvidenzialmente ancora aperta. Mai visto un funerale a cassa aperta. La salma del padre, nello ieratico atteggiamento imposto dalla morte, è solenne, con l'abito monastico del IV ramo e con la stola bianca, segno sacerdotale, e con la croce tra le mani. È proprio lui, lì, ancora in mezzo a noi. La bara, (altro particolare particolare), è adagiata per terra, non sul solito trespolo rialzato che si usa nei funerali: è per terra, su un tappeto, pieno di fiori. Tutti ancora lo possono vedere. Prima della Messa in tanti si erano avvicinati, si erano inginocchiati davanti a lui, come per un ultimo colloquio, un ultimo saluto.
“Vorrei che il mio funerale si facesse dalla Madonna Santissima Annunziata”, aveva chiesto un giorno il Padre; e così è stato. Ha voluto venire qui a essere presentato a Dio dalla Madre, e ha voluto che tutti noi convenissimo lì. I giornali parleranno poi di 1500 persone. Non ci siamo contati, ma certamente eravamo in tanti. Religiosi, suore, frati, monaci: sono presenti tanti membri di ordini religiosi: la comunità Redemptor Homins di don Emilio Grasso (assente perché in Paraguay), la comunità di don Giuseppe Dossetti con Madre Agnese e sorelle, la comunità di don Giampaolo Burnelli, i monaci della comunità di Bose, la Chiesa Ortodossa con padre Marco, di Bologna, i monaci Olivetani, i Carmelitani di Firenze, i Francescani di diverse parti della regione, poi tante famiglie di suore, di cui non riusciamo a ricordare tutti i nomi, tante erano. Prima della Messa p. Serafino rinnova l'Atto di Affidamento a Maria. C'è tutta la Comunità presente: gli Assistenti Generali, i Vice Assistenti, gli Assistenti di Famiglia, i Delegati, tutti. Poi i consacrati di tutta la Comunità, da ogni parte di Italia, giunti in treno, in aereo, in macchina, in pullman, in nave, con ogni mezzo. Ci sono anche Adrian Pervan e Beverly Thomas, consacrati dell'Australia, giunti appositamente da Melbourne. Chi si è fatto 16 ore di pulman (Sommatino), chi ha preso un aereo all'ultimo momento, per non mancare. Ci sono le sorelle della vita comune del Benin, Veronica e Angela. C'è Josipa Sego, di Medjugorje. Dall'America c'è anche un messaggio di Ivan, il veggente di Medjugorje, che ha telefonato ad una signora di Firenze dicendo che è spiritualmente presente e vicino a don Divo Barsotti. “Ti affidiamo o Madre tutta la nostra Comunità”: ed è importante ripeterlo adesso, in quel luogo. La Televisione sta riprendendo e filmando: il funerale infatti è trasmesso in diretta su Telepace, e c'è anche la RAI. I fotografi fanno foto per i giornali, ma non è questo aspetto che ci interessa: ci interessa vedere tutta la Comunità raccolta attorno al Padre non solo per dargli l'estremo saluto, ma per promettere al Signore, davanti ai nostri Vescovi, la fedeltà a Dio, alla Chiesa, alla nostra vocazione. Un professore di filosofia di Milano, non della Comunità, studioso e scrittore, aveva letto qualcosa in passato del Padre, e sentita la notizia del funerale ha voluto venire. Il giorno dopo, questo professore ha telefonato a p. Serafino dicendogli: “Non ho mai assistito ad un funerale simile, in cui un senso di comunità (testuali parole) si avvertiva così vivo attorno al vostro Padre Fondatore”. Parole che ci hanno fatto tanto piacere, perché è proprio questo il senso e il saluto più bello che possiamo dare al Padre. L'omelia del Cardinale. Stupenda. È l'omaggio che gli fa la Chiesa. Non parla uno della Comunità, non parla un suo figlio spirituale: parla l'Arcivescovo. Addita il Padre come una figura eccezionale che Dio ha dato alla Chiesa, per tutti. Legge alcuni brani dei Diari del Padre, e imposta il suo discorso sul concetto di “fuga immobile”. I ragazzi cantano i “nostri canti”: Le lodi di Dio altissimo, il Cantico di San Sergio: sono i giovani della Comunità, che salutano il Padre con le sue stesse parole. In mezzo a loro ci sono i seminaristi di Fiesole e di Firenze: oggi tutti insieme. Dove sarà in questo momento il Padre? Il corpo è lì, solenne, silenzioso, in mezzo ai fiori, rivolto verso il cielo e l'altare della Madonna. Ma certamente ci segue dal Cielo, è con noi. Il salmo, cantato da suor Sara, le intenzioni dei fedeli, scritte e lette dalle sorelle del IV ramo. Oggi siamo tutti come un solo cuore e un solo corpo. C'è tempo e spazio per commuoversi, per lodare, per cantare, per salutare, per ringraziare. I parenti sono anch'essi una sola cosa con noi. C'è l'unica sorella rimasta, che si chiama, singolarmente, Diva, anche lei commossa e partecipe. Davanti a loro uno stuolo di bambini, figli dei nostri consacrati, fa corona vicino alla salma del Padre. La santa comunione, momento in cui si esprime il miracolo di un Dio che si comunica e che fa di noi un solo Corpo. Quanti occhi lucidi! È un misto di commozione e di gioia, mentre si sfila ancora una volta verso l'altare. C'è chi si china a toccare il corpo del Padre, chi mette nella bara un bigliettino, chi rivolge l'ultima occhiata per imprimersi nella memoria quel volto indimenticabile.
P. Serafino si deve interrompere qualche volta, perché i suoi occhi sono velati dalle lacrime e non riesce a leggere. Anche noi che ascoltiamo abbiamo qualcosa che ci muove dentro... saranno forse i nostri cuori induriti che finalmente si sciolgono. Dobbiamo essere, insieme al Padre e tra noi, un inno di lode, di ringraziamento e di amore. Come non prendere queste parole come suprema volontà del nostro Padre Fondatore e quindi, in ultima analisi, come voce di Dio? Al termine, come un solo desiderio e una sola corsa: tutti vanno verso la bara, prima che la chiudano, tanto che si crea un momento di ressa, anche pericolosa: ma è solo affetto, commozione, gioia compunta. Gli addetti sollevano la bara del Padre e la trasportano faticosamente fuori dalla basilica. Si recheranno nella cappella di San Sebastiano, ove la chiuderanno, e di lì al cimitero di Trespiano, per il deposito provvisorio, prima che venga portato definitivamente nella sua e nostra Casa San Sergio, per rimanervi per sempre. Usciamo fuori, con una consapevolezza che facciamo fatica a dirci e comunicarci. C'è chi ancora piange di commozione, c'è chi si saluta, c'è chi richiama le parole ascoltate. Il Padre, ne siamo certi, ora inizia il suo lavoro con noi. “Io vi lascio apparentemente. Realmente, sono con voi più di prima” - scrive nel suo testamento. Lo crediamo, lo desideriamo, vogliamo anche meritarlo. È tardi, dobbiamo tornare nelle nostre case, un viaggio lungo ci aspetta. Ma il Padre viene con voi. |