IL FUNERALE

Martedì 21 febbraio, ore 15.00. Basilica della Santissima Annunziata: sulle note del canto maestoso “Requiem aeternam...”, rigorosamente in gregoriano, i celebranti sfilano davanti alla bara del Padre, misteriosamente e provvidenzialmente ancora aperta. Mai visto un funerale a cassa aperta. La salma del padre, nello ieratico atteggiamento imposto dalla morte, è solenne, con l'abito monastico del IV ramo e con la stola bianca, segno sacerdotale, e con la croce tra le mani. È proprio lui, lì, ancora in mezzo a noi. La bara, (altro particolare particolare), è adagiata per terra, non sul solito trespolo rialzato che si usa nei funerali: è per terra, su un tappeto, pieno di fiori. Tutti ancora lo possono vedere. Prima della Messa in tanti si erano avvicinati, si erano inginocchiati davanti a lui, come per un ultimo colloquio, un ultimo saluto.
I Vescovi sfilano davanti alla salma del Padre e salgono all'altare. Sono: il Cardinal Ennio Antonelli, Arcivescovo di Firenze, il suo Ausiliario Claudio Maniago; l'Arcivescovo di Monreale Mons. Cataldo Naro, colui che il Padre chiamava “il mio Vescovo”, consacrato in Comunità; l'Arcivescovo di Bologna, Mons. Carlo Caffarra, altro grande amico del Padre, che era venuto da Bologna a Casa San Sergio anche quattro giorni prima, appena saputa la notizia della morte; Mons. Fausto Tardelli, Vescovo di San Miniato; Mons. Luciano Giovannetti, Vescovo di Fiesole, che ha ordinato sacerdoti diversi dei nostri della vita comune; Mons. Gastone Simoni, Vescovo di Prato, colui che, quando era Vicario Generale a Fiesole, ci offrì il Santuario della Madonna del Sasso; Mons. Bruno Tommasi, Arcivescovo emerito di Lucca; Mons. Gabriele Mana, Vescovo di Biella; Mons. Mansueto Bianchi, Vescovo di Volterra, Mons. Rodolfo Cetoloni, Vescovo di Montepulciano, e Mons. Gualtiero Bassetti, Vescovo di Arezzo.
“Amate la Chiesa”, sentiremo alla fine nel testamento del Padre... e la Chiesa gerarchica, dal Padre così amata (a volte anche.... “richiamata”, ma appunto perché amata) è presente per dire grazie a lui e al Signore. I sacerdoti: un centinaio, da tante parti di Italia, da Bolzano (don Paolo Crescini) alla Sicilia (don Giovanni Speciale, don Salvatore Priola, don Giuseppe Li Calzi, don Salvatore Falzone, don Michele Indorato), con i nostri don Giacomo Morandi di Modena, don Roberto Razzoli di Pistoia, don Emanuele Nangano di Fiesole, don Luigi Faoro di Cortina d'Ampezzo, don Pierluigi D'Antraccoli di Lucca, don Francesco Bazzoffi di Firenze, don Antoine Metin di Cotonou (Benin), più tanti altri sacerdoti: da padre Antonio Sergianni (di Propaganda Fide) a don Lino Goriup, da don Andrea Bellandi (Rettore della Facoltà teologica di Firenze) a don Giorgio Mazzanti, da don Giampaolo Burnelli a don Ennio Innocenti, tanti altri di Firenze, San Miniato, e altre parti di Italia, oltre naturalmente i nostri sacerdoti della vita comune. Ci sono anche don Ernesto Lettieri e don Matteo Malavolti, che un tempo furono della vita comune; poi sacerdoti professori della Facoltà teologica, parroci, religiosi, amici. Passano tutti davanti alla bara del Padre, e salgono all'altare.
“Vorrei che il mio funerale si facesse dalla Madonna Santissima Annunziata”, aveva chiesto un giorno il Padre; e così è stato. Ha voluto venire qui a essere presentato a Dio dalla Madre, e ha voluto che tutti noi convenissimo lì. I giornali parleranno poi di 1500 persone. Non ci siamo contati, ma certamente eravamo in tanti.
Religiosi, suore, frati, monaci: sono presenti tanti membri di ordini religiosi: la comunità Redemptor Homins di don Emilio Grasso (assente perché in Paraguay), la comunità di don Giuseppe Dossetti con Madre Agnese e sorelle, la comunità di don Giampaolo Burnelli, i monaci della comunità di Bose, la Chiesa Ortodossa con padre Marco, di Bologna, i monaci Olivetani, i Carmelitani di Firenze, i Francescani di diverse parti della regione, poi tante famiglie di suore, di cui non riusciamo a ricordare tutti i nomi, tante erano.
Prima della Messa p. Serafino rinnova l'Atto di Affidamento a Maria. C'è tutta la Comunità presente: gli Assistenti Generali, i Vice Assistenti, gli Assistenti di Famiglia, i Delegati, tutti. Poi i consacrati di tutta la Comunità, da ogni parte di Italia, giunti in treno, in aereo, in macchina, in pullman, in nave, con ogni mezzo. Ci sono anche Adrian Pervan e Beverly Thomas, consacrati dell'Australia, giunti appositamente da Melbourne. Chi si è fatto 16 ore di pulman (Sommatino), chi ha preso un aereo all'ultimo momento, per non mancare. Ci sono le sorelle della vita comune del Benin, Veronica e Angela. C'è Josipa Sego, di Medjugorje. Dall'America c'è anche un messaggio di Ivan, il veggente di Medjugorje, che ha telefonato ad una signora di Firenze dicendo che è spiritualmente presente e vicino a don Divo Barsotti.
“Ti affidiamo o Madre tutta la nostra Comunità”: ed è importante ripeterlo adesso, in quel luogo. La Televisione sta riprendendo e filmando: il funerale infatti è trasmesso in diretta su Telepace, e c'è anche la RAI. I fotografi fanno foto per i giornali, ma non è questo aspetto che ci interessa: ci interessa vedere tutta la Comunità raccolta attorno al Padre non solo per dargli l'estremo saluto, ma per promettere al Signore, davanti ai nostri Vescovi, la fedeltà a Dio, alla Chiesa, alla nostra vocazione.
Un professore di filosofia di Milano, non della Comunità, studioso e scrittore, aveva letto qualcosa in passato del Padre, e sentita la notizia del funerale ha voluto venire. Il giorno dopo, questo professore ha telefonato a p. Serafino dicendogli: “Non ho mai assistito ad un funerale simile, in cui un senso di comunità (testuali parole) si avvertiva così vivo attorno al vostro Padre Fondatore”. Parole che ci hanno fatto tanto piacere, perché è proprio questo il senso e il saluto più bello che possiamo dare al Padre.
L'omelia del Cardinale. Stupenda. È l'omaggio che gli fa la Chiesa. Non parla uno della Comunità, non parla un suo figlio spirituale: parla l'Arcivescovo. Addita il Padre come una figura eccezionale che Dio ha dato alla Chiesa, per tutti. Legge alcuni brani dei Diari del Padre, e imposta il suo discorso sul concetto di “fuga immobile”.
I ragazzi cantano i “nostri canti”: Le lodi di Dio altissimo, il Cantico di San Sergio: sono i giovani della Comunità, che salutano il Padre con le sue stesse parole. In mezzo a loro ci sono i seminaristi di Fiesole e di Firenze: oggi tutti insieme.
Dove sarà in questo momento il Padre? Il corpo è lì, solenne, silenzioso, in mezzo ai fiori, rivolto verso il cielo e l'altare della Madonna. Ma certamente ci segue dal Cielo, è con noi.
Il salmo, cantato da suor Sara, le intenzioni dei fedeli, scritte e lette dalle sorelle del IV ramo. Oggi siamo tutti come un solo cuore e un solo corpo. C'è tempo e spazio per commuoversi, per lodare, per cantare, per salutare, per ringraziare.
I parenti sono anch'essi una sola cosa con noi. C'è l'unica sorella rimasta, che si chiama, singolarmente, Diva, anche lei commossa e partecipe. Davanti a loro uno stuolo di bambini, figli dei nostri consacrati, fa corona vicino alla salma del Padre.
La santa comunione, momento in cui si esprime il miracolo di un Dio che si comunica e che fa di noi un solo Corpo. Quanti occhi lucidi! È un misto di commozione e di gioia, mentre si sfila ancora una volta verso l'altare. C'è chi si china a toccare il corpo del Padre, chi mette nella bara un bigliettino, chi rivolge l'ultima occhiata per imprimersi nella memoria quel volto indimenticabile.
Ed ecco la fine. Dopo l'incensazione della salma, il nostro Superiore va al microfono, e tutti si dispongono ad ascoltare in religioso silenzio. Anche i Vescovi si siedono. Padre Serafino legge il testamento del Padre. Non lo scrisse di suo pugno, ma lo dettò quando capì che il tempo scorreva rapido e che non aveva tanto tempo davanti a sé. Non si tratta di un vero e proprio testamento, ma di una esortazione rivolta a tutta la Comunità. Parole che entrano nei cuori, che vanno nel profondo: “State uniti... non temete, io sarò sempre con voi. Non disperdetevi. Ricordatevi del granello di senape”. È come un grido, ma al tempo stesso un invito pieno di dolcezza, di chi ha posto la sua fiducia in Dio e non nei mezzi umani. Si rivolge agli anziani di Comunità: “Da voi aspetto il buon esempio e la fedeltà”. A quelli della vita comune: “Vi rivolgo il mio ringraziamento più vivo e la mia assicurazione che non abbandonerò nessuno. Non disperdetevi, abbiate fede nella vostra vocazione: È Lui che vi ha scelti”; a quelli dei primi rami: “Siate certi della vostra vocazione... siate concordi tra voi”. Poi chiede perdono delle sue infedeltà: “Insieme a Colui che ho cercato di amare, al di sopra di tutti, Gesù benedetto, chiedo che vorrà accogliermi come suo figlio la Vergine, mi verrà incontro, avrà già ottenuto per me il perdono di tutti i i miei peccati e delle mie innumerevoli infedeltà. Ma con Gesù e la Vergine, io spero che si faranno incontro a me le innumerevoli altre anime alle quali nel tempo nel Signore ha voluto legarmi in un rapporto di paternità e a volte anche di dipendenza filiale”. E così abbiamo immaginato tutte le persone della Comunità, già morte, andargli incontro festose... Alla fine: “Nel seno della Santissima Trinità non saremo che un unico inno di lode, di ringraziamento e di amore”.
P. Serafino si deve interrompere qualche volta, perché i suoi occhi sono velati dalle lacrime e non riesce a leggere. Anche noi che ascoltiamo abbiamo qualcosa che ci muove dentro... saranno forse i nostri cuori induriti che finalmente si sciolgono. Dobbiamo essere, insieme al Padre e tra noi, un inno di lode, di ringraziamento e di amore. Come non prendere queste parole come suprema volontà del nostro Padre Fondatore e quindi, in ultima analisi, come voce di Dio?
Al termine, come un solo desiderio e una sola corsa: tutti vanno verso la bara, prima che la chiudano, tanto che si crea un momento di ressa, anche pericolosa: ma è solo affetto, commozione, gioia compunta. Gli addetti sollevano la bara del Padre e la trasportano faticosamente fuori dalla basilica. Si recheranno nella cappella di San Sebastiano, ove la chiuderanno, e di lì al cimitero di Trespiano, per il deposito provvisorio, prima che venga portato definitivamente nella sua e nostra Casa San Sergio, per rimanervi per sempre.
Usciamo fuori, con una consapevolezza che facciamo fatica a dirci e comunicarci. C'è chi ancora piange di commozione, c'è chi si saluta, c'è chi richiama le parole ascoltate. Il Padre, ne siamo certi, ora inizia il suo lavoro con noi. “Io vi lascio apparentemente. Realmente, sono con voi più di prima” - scrive nel suo testamento.
Lo crediamo, lo desideriamo, vogliamo anche meritarlo. È tardi, dobbiamo tornare nelle nostre case, un viaggio lungo ci aspetta. Ma il Padre viene con voi.

Notizie e approfondimenti