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OMELIA DEL CARDINALE ENNIO ANTONELLI
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Ha
scritto don Divo Barsotti: «Nei santi la presenza di Cristo non
è solo reale, ma è visibile ed efficace».
È
forse questo il motivo per cui stasera siamo qui in tanti: Vescovi,
Sacerdoti, Religiosi, Cristiani laici, la “Comunità dei
Figli di Dio”, Autorità e Cittadini. Questa cara Basilica
dell’Annunziata, scelta da don Divo stesso, non è certo
sufficiente a contenere tutti coloro che avrebbero desiderato
partecipare a questa Messa Esequiale.
Don
Divo Barsotti è una personalità straordinariamente
ricca, che non si lascia comprimere nelle brevi dimensioni di
un’omelia. È una personalità universalmente nota, che
non ha bisogno di essere presentata con un profilo biografico. Mi
limiterò perciò a commentare con alcuni suoi testi le
letture bibliche che abbiamo ascoltato. Gli presterò la mia
voce; ma sarà lui a darci ancora una volta la sua
testimonianza e il suo insegnamento.
Don
Divo è stato Sacerdote, Mistico, Scrittore, Teologo,
Predicatore, Consigliere e Padre spirituale, Fondatore della
“Comunità dei Figli di Dio”, che ora comprende più
di 2000 membri ed è diffusa a livello internazionale. Egli
però ha voluto sempre una cosa sola: cercare Dio. La sua lunga
vicenda terrena ha seguito una sola traiettoria, quella indicata con
intensità di accenti dal Salmo responsoriale: «Una cosa
ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del
Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del
Signore ed ammirare il suo santuario […] Di te ha detto il mio
cuore: Cercate il suo volto; il tuo volto, Signore, io cerco».
Già
nel 1934, all’età di appena vent’anni, l’anelito del suo
giovane cuore vibrava veemente in questa preghiera:
«O
Dio portami in alto! […] Scuotimi dalla mia tiepidezza.
Io
devo vivere per te, solo per te
O
Dio che sei Dio, sii il mio Dio […]
Io
mi consacro alla tua onnipotenza, alla tua sapienza, al tuo amore […]
O
Signore, prendimi, rapiscimi [….] inabissami in te.
Fonte
di luce e di amore, vèrsati nell’abisso del mio nulla.
Che
io viva soltanto davanti ai tuoi occhi:
solo
con te, tutto con te, sempre con te».
Qui
la ricerca di Dio prende la forma di una invocazione appassionata,
ardente. Don Divo sa che non si può andare a Dio, se egli
stesso non viene a noi.
Ma
in Gesù Cristo Dio è già venuto e si è
fatto presente in modo nuovo e definitivo. Abbiamo ascoltato dal
Vangelo: «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e
il Verbo era Dio […] E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in
mezzo a noi».
Don
Divo si rende conto che, mediante l’Incarnazione del Verbo, Dio si
è impegnato personalmente e irrevocabilmente e ha stabilito un
legame indissolubile con l’umanità e con l’universo
intero.
Egli
scrive: «Al centro più segreto della vita dell’universo
Egli è presente non più come un Dio che può
ancora allontanarsi quando vuole, […] ma come un Dio che, assumendo
la nostra natura, indissolubilmente l’ha legata a Se stesso. La
radice del mondo, dell’essere creato, la radice nascosta ma reale,
principio, sostegno, fondamento di tutto è Gesù, non un
Dio invisibile che può ancora sottrarsi».
Gesù,
Dio fatto uomo, porta a compimento la sua incarnazione nell’Atto
supremo della sua morte e risurrezione: comunica lo Spirito Santo e
attrae a sé tutte le cose, dando ad esse consistenza,
autenticità, armonia e bellezza.
Scrive
don Divo: «In Gesù Dio solleva a sé quasi
dall’abisso del nulla la creazione in terra».
E
ancora: «Noi siamo reali in quanto siamo presi da lui,
incorporati da lui, attratti nella sua sfera».
Solo
in Gesù Cristo possiamo trovare Dio e ottenere vita e
salvezza. È necessario allora incontrare Gesù Cristo,
entrare in relazione con lui, aderire totalmente a lui. E ciò
avviene nella fede, pura ed esclusiva, ferma e gioiosa.
Nel
suo Diario, in data 12 agosto 1944, don Divo scriveva: «Verbum
caro factum est. L’incarnazione riempie la storia. Tutto comincia:
è come una nuova creazione – e più nulla è
impossibile, perché l’impossibile è avvenuto. Senso
di novità assoluta. […] Tutto è possibile a chi
crede. […]
Spògliati
di tutta l’umana sapienza e prudenza – vuota l’anima di tutti
gli idoli umani, getta via tutto: la fede nel Figlio di Dio è
bastevole a riempire la tua anima, a rinnovar la tua vita. […] Non
la cultura, non la ricchezza, non la dignità, nemmeno la
perfezione morale – la fede: una fede assoluta, piena, che domini
sola l’anima e la riempia […] e non sappia più nulla che
questo: che Dio si è fatto uomo e vive con noi».
La
fede «vuota l’anima di tutti gli idoli umani»; getta
via preoccupazioni, interessi e piaceri mondani; frantuma ogni
egoismo, ogni chiusura, ogni illusoria autosufficienza e
autogiustificazione; disperde paure e false sicurezze; libera da ogni
conformismo sociale e culturale. Così la vita dell’anima
diventa un incessante ritirarsi da tutte le cose per concentrarsi in
Dio solo, divenuto presente fra noi mediante Gesù Cristo, il
Verbo fatto uomo. Come è noto, questo movimento continuo di
ritirata e di concentrazione viene chiamato da don Divo, con
suggestiva e paradossale espressione: «La fuga immobile».
La
fuga è necessaria per polarizzarsi su Cristo e su Dio, per
raggiungere il centro, il cuore pulsante dell’universo, e rimanere
fissi in esso. Se si raggiunge il centro, se si aderisce totalmente a
Cristo e si vive in intima comunione con lui, anche gli altri valori
sono salvi e trovano consistenza, equilibrio e armonia. Se invece si
emargina Cristo, si perdono anche gli altri valori.
Su
questa assoluta centralità di Cristo nella vita del cristiano
e della Chiesa don Divo insiste continuamente, animato da amore
appassionato e geloso, con un linguaggio vibrante e a volte perfino
polemico.
Egli
scrive: «La missione della Chiesa non è la pace delle
nazioni, l’unità dei popoli, la giustizia sociale […] La
missione della Chiesa è, con l’evangelizzazione,
l’inserimento di ogni uomo, di tutta l’umanità nel Cristo
morto e risorto […] È vero tuttavia che questo inserimento,
quando è reale, tende a realizzare anche la pace, la
giustizia, l’unità».
«La
Chiesa è nel mondo, ma non del mondo. Invece spesso si aspira
a salvarsi in questo mondo, e magari si preferirebbe anche che il
Signore fosse un po’ a servizio dell’uomo. Così si parla
molto, nella Chiesa, della mafia, dei debiti, del terzo mondo, degli
armamenti, del governo […] Ma chi parla di Cristo morto e
risorto?».
Ovviamente
anche per don Divo l’impegno sociale e politico è
necessario; ma è secondario; non deve occupare il centro.
A
questo proposito ho un ricordo personale che riemerge spesso in me e
mi interpella con forza. In una delle mie prime visite a don Divo si
parlava, tra le altre cose, dell’impegno sociale e dell’attività
caritativa dei cristiani e delle comunità ecclesiali. Don Divo
osservò che spesso non sono segno di autentica fede e
carità
e aggiunse mestamente: «Molti non amano Gesù
Cristo».
E vidi due rivoli di lacrime scendere dai suoi occhi e rigare il suo
volto. Rimasi intimamente commosso e mi tornò in mente la
folgorante parola di San Paolo nella prima lettera ai Corinzi:
«Se
qualcuno non ama il Signore sia anatema» (1Cor 16,22).
Al
centro della nostra esistenza ci deve essere soltanto il Signore
Gesù: è questo l’appello che don Divo ci rivolge.
Interrogato da un giornalista, in occasione dei suoi novant’anni,
su quale messaggio intendesse lasciare ai suoi figli spirituali,
prontamente rispose: «Quello di essere una cosa sola con
Gesù.
Che Gesù sia veramente la forza della nostra vita, la gioia
unica della nostra esistenza, l’unica nostra speranza, l’unico
nostro amore. Tutto deve avere termine in lui, perché anche la
nostra vocazione è una sola, quella di divenire una cosa sola
con lui. Non c’è altra vocazione del cristianesimo che
questa, ed è la vocazione più alta che noi possiamo
ricevere».
La
vocazione è quella di diventare figli di Dio in unità
con il Figlio Unigenito. È la vocazione che ci ha ricordato il
Vangelo, proclamato poco fa: «A quanti l’hanno accolto, ha
dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel
suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne,
né
da volere di uomo, ma da Dio stesso sono stati generati».
È
la vocazione che la prima lettura ci ha fatto contemplare come
derivata dall’amore gratuito e inaudito del Padre e come destinata
alla visione immediata e beatificante di lui: «Quale grande
amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo
siamo realmente! […] Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio,
ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo
però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo
simili a lui, perché lo vedremo così come egli
è»
(1Gv 3,1-2).
Don
Divo, dando al suo movimento spirituale la denominazione di
“Comunità
dei Figli di Dio”, ha voluto sottolineare semplicemente la
dignità
e la grandezza dell’essere cristiani. «È la vocazione
più alta che noi possiamo ricevere». È la
vocazione comune di tutti i battezzati, all’interno della quale si
collocano tutte le vocazioni speciali, come modalità di essa.
Attraverso
la sua comunità composta di Sacerdoti, di laici, di Vergini e
di sposati, don Divo ha voluto testimoniare che tutti i cristiani, e
non solo i claustrali, sono chiamati a realizzare praticamente il
primato della vita di preghiera e dell’unione con Dio. Questo
primato, egli dice «deve essere il fine di tutti i figli di
Dio, nel matrimonio e fuori, nel mondo e nel chiostro». E a
tutti propone, senza esitazione, la Messa, la liturgia delle ore, la
lettura della Scrittura, la meditazione, il silenzio, l’esercizio
della divina presenza.
Una
volta che l’anima illuminata dallo Spirito Santo ha posto Cristo e
Dio al centro e si è saldamente stabilita in questo centro,
può rivolgersi agli altri uomini e a tutte le creature con
l’amore stesso di Cristo e di Dio e portare questo amore in tutte
le attività e relazioni. Così “la fuga immobile”
implica il ritorno al mondo, con uno sguardo e un cuore nuovo. La
rinunzia diventa accoglienza autentica. Scrive don Divo: «La
solitudine del contemplativo non è la solitudine di chi ha
fuggito il mondo, ma di colui che è entrato nel suo più
intimo cuore, nel suo centro più fondo».
E
ancora aggiunge: «Il tuo amore deve abbracciare tutto: tutto
l’universo, tutta la creazione deve esultare in te nella pienezza
della vita divina. L’estasi non strappa alla terra, ma eleva con te
la terra, nella luce di Dio – la trasfigura in Dio. Il
cristianesimo però ha sempre rinnegato un ascetismo manicheo
che vede nella rinunzia e nel rinnegamento il suo fine. Il cristiano
non può rinunziare a nulla, tutto è suo – e tutto
egli deve portare con sé, elevare con sé fino a Dio
nell’amore. Unica legge del cristiano è l’amore – un
amore che vince ogni egoismo umano, naturale, istintivo, fino a dar
tutto, anche la vita».
Il
primato dell’unione con Dio viene salvaguardato anche nel momento
dell’azione, se questa è compiuta alla presenza di Dio e
secondo la sua volontà. A riguardo ecco alcune limpide
indicazioni di don Divo: «Bisogna che non vi sia rottura fra la
preghiera e l’azione, ma siano in te indissolubilmente unite.
Guarda Gesù: la sua vita cogli uomini è unione col
Padre». «Con la vita contemplativa ti unisci alle divine
Persone e le rappresenti; con la vita attiva comunichi Dio e lo
rappresenti agli uomini». «Né preghiera senza
l’azione, né azione senza la preghiera. La preghiera non
è
vera e perfetta se non è completata dall’azione, così
come l’azione si completa nella preghiera».
Soprattutto
l’Eucaristia ci conduce a fare unità di preghiera e azione,
Dio e mondo.
L’Eucaristia
– insegna don Divo – non è estranea al mondo; «non
è
un frammento del cielo caduto quaggiù; non sta a fianco del
mondo; ma lo sostiene e lo porta». Per questo, egli aggiunge,
«Chi vive la Santa Messa vive assieme Dio che si dona, si
comunica al mondo e il mondo che sale in Dio. Vivere la Santa Messa
non vuol dire sottrarsi al mondo, separarsi dagli uomini. Vuol dire
piuttosto vivere l’unità del mondo e di Dio, e soltanto la
Messa è questa unità».
Per
noi adesso questa Messa che stiamo celebrando è suprema
unità
con Cristo e in lui con Maria e i Santi, tra noi e con il nostro
amato don Divo. Egli soleva dire che la morte non esiste e, se
esiste, è solo come una medicina per aprire definitivamente il
nostro io all’amore infinito di Dio. Più avanzava negli anni
e più si sentiva vivere. La pace e la gioia che in modo
crescente irradiava intorno a sé hanno testimoniato
splendidamente che per lui la morte era compimento della vita, in
virtù della grazia e della misericordia di Dio. «Il
santo» - egli aveva scritto - «è un pover’uomo
amato da Dio e che Dio vuole tutto per sé».
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