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PRIMO RITIRO DEL PADRE A CASA SAN SERGIO
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Il nostro ritiro non ha oggi un tema particolare. Il tema è soltanto il riconoscimento di una grazia particolare che il Signore ci fa.
Noi vediamo che la Comunità, lentamente, ma veramente si organizza. Abbiamo la nostra casa. Questa casa, questo luogo che il Signore ci ha preparato, così bello, così adatto per noi, dev'essere in tal modo santificato, in tal modo consacrato da divenire come il sacramento di una grazia di Dio per tutte le anime che qui vorranno.
Dobbiamo saperlo che qui siamo in un luogo santo.
Non soltanto dobbiamo saperlo: dobbiamo conservare questa sacralità, anzi, con la nostra fedeltà al Signore, dobbiamo esser noi a rendere ancora più sacra questa bellezza. In che modo far questo? Intanto dobbiamo voler bene a Settignano. Ora non c'è più nulla da fare: potevamo sentire qualche difficoltà nell'esser legati a Montesenario o... alla Calza, perché effettivamente sentivamo che non era quella la nostra casa, la casa che ci aveva preparato il Signore.
Ma se noi ora siamo veramente consapevoli, se veramente riconosciamo che questa è la casa che il Signore ci ha dato, noi dobbiamo prima di tutto voler bene a Settignano, sentire che la nostra casa è qui. Sentirlo! Possiamo vivere nel mondo: a Firenze, a Empoli, a Venezia... ma ovunque noi siamo dobbiamo sentirci come dei mandati, degli ambasciatori - mandati dalla Comunità che ha qui, invece, il suo cuore. La nostra casa non è a Empoli e non è neppure a Venezia, - la nostra casa è qui, di qui, piuttosto, noi riceviamo la missione di andare, per essere testimoni del Cristo, là dove la voce del Signore ci chiama.
Ma questo rimane il cuore della Comunità. Se amiamo Settignano e se pensiamo che questa è veramente la nostra casa, dobbiamo anche sentire il bisogno di ritornarvi. Anche se il venire costa un po' di fatica, di sacrificio (doversi trovar d'accordo con la famiglia, fare le cose in modo che i familiari non abbiamo a noia che noi si viene qua, ecc.) anche se ci sono queste difficoltà da superare, tutte però devono sentire la nostalgia di venire quassù e di rimanere quassù nella misura che è possibile.
Come un padre di famiglia che vive all'officina o all'ufficio ha prima di tutto una sua casa, così noi: abbiamo la nostra officina, abbiamo il nostro ufficio nelle varie strade della città o dove ci ha disseminato la volontà di Dio, là dove ci ha mandato il Signore. Dove viviamo abitualmente dobbiamo sentirci come dei mandati, testimoni del Cristo che rendono precisamente quella testimonianza che la nostra vocazione nella Comunità ci deve dichiarare: testimonianza di pace di gioia, testimonianza di vita interiore, testimonianza di trasparenza di cielo. È questa testimonianza che abbiamo avuto la missione di rendere: nella scuola l'Annamaria, fra le sue figliole la Margherita, al negozio la Carmelina e così via.
Siamo dei mandati. Se siamo dei mandati, là dove siamo abitualmente non siamo nel nostro posto - dobbiamo sentirci un po' esuli, dobbiamo sentire che il nostro cuore è quassù, che la nostra anima rimane quassù, quassù in preghiera, quassù in adorazione con tutti gli altri che quassù rimangono. Rimangono, non per essere separati da voi, ma piuttosto per essere con voi, rimanere con voi in una vita di adorazione, di preghiera, di amore, di sacrificio. Questo dobbiamo sentire.
Prima di tutto, dunque, s'impone che noi amiamo Settignano e talmente lo amiamo da sentire che qui, veramente, si diceva, è la nostra casa. La nostra casa! Ma perché nostra? Ecco, la cosa importante è questa: perché la nostra vera vita è una vita religiosa, di anime consacrate, e proprio in questa casa noi dobbiamo imparare ad amare Dio, proprio in questa casa noi dobbiamo creare un'atmosfera di pace, di preghiera, di raccoglimento, che risponda precisamente a quelle che sono le ispirazioni più segrete e più profonde dello Spirito Santo in ciascuno di noi. Quella che è la vita propria della Comunità qui dovrebbe esser vissuta in modo pieno.
Certo, di nuovo ritorna per me una grave responsabilità: quella non solo di essere santo io, anche di creare l'atmosfera di santità, di dare questa impressione a chiunque di voi venga qui - sentire davvero che la sua anima si dilata nella pace e nella dolcezza di una divina intimità.
Perciò è la vostra casa: qui la vostra vocazione germoglia, fiorisca e porta il suo frutto; qui la vostra vocazione viene a trovarsi nell'ambiente suo naturale. Appunto per questo è importante che ognuna di voi senta che questa è la sua casa, e siccome è la sua casa senta anche il bisogno di venirci.
Abbiamo bisogno qualche volta di ritornare al luogo di origine. Alcune volte abbiamo bisogno di ritornare alla sorgente e qui dev'essere la sorgente di tutto.
Noi dobbiamo da ora rimaner più fedeli al nostro orario, quelli che verremo qui. Son tanto contento di annunciarvi che proprio in questa settimana verrà probabilmente un altro nostro fratello, perché fintanto che siamo in due è difficile vivere una vita veramente conventuale - il tre è il numero perfetto. Tre o quattro, ma, non di più, ma meno di tre è un po' pericoloso perché è difficile creare veramente un'atmosfera di silenzio e poi anche una regolarità nelle varie azioni. Invece ora il Signore ci dona anche quest'altro. Non sappiamo ancora se rimarrà per sempre. Chissà che questo davvero non rimanga sempre qua! si creerebbe la prima famiglia, la prima comunità di quelli che vivono insieme - c'è già la Comunità, ma siamo in due, troppo pochi.
È una cosa bella se viene quest'altro, perché allora, come dicevo, si può vivere veramente una vita regolare, conventuale... non dico eremitica perché non è, la nostra, vita eremitica, è una vita però in cui il primato dei valori contemplativi si deve affermare - in un modo semplice, puro, senza durezze, senza tensione; ma si deve affermare, affermare nel silenzio abituale, nella preghiera abituale, nello studio e anche nel ritrovarci insieme.
E dobbiamo ringraziare Dio. Ringraziare il Signore ma anche sentirci impegnati, e non per noi soltanto, a realizzare questo ideale di vita - impegnati anche per voi, perché se questa è la vostra casa, voi dovete sentire, appena vi entrate, questo respiro divino, dovete sentire questa dolcezza di una intimità divina.
Chi vive nel mondo con quale sforzo deve difendere questa intimità, con quale tensione, con quale difficoltà dovrà conservarla nell'ambiente in cui vive! Certamente gli altri non offrono nulla per rendere facile questa intimità col Signore - gente che chiacchiera e magari anche di cose sconvenienti; oltre tutto, lo stesso lavoro così antipatico a volte, così pesante! ...tutto può disturbare e render difficile una vita di intima comunione con Dio.
"È bello per noi lo star qui". È il nostro Tabor, il nostro Sinai, luogo santo per noi. Non abbiamo più bisogno di far tanti pellegrinaggi, anche se i pellegrinaggi continueremo a farli - non hanno più l'importanza che potevano aver prima i pellegrinaggi, perché non ci daranno mai tanto di grazia le visite ad Assisi o alla Verna o ad altro luogo quanto il venir qui, il trovarci qui insieme, specialmente quando avremo nella nostra cappella il Signore.
Ecco come noi dobbiamo capire questa Casa San Sergio, centro ora della Comunità - capirla ed amarla, abitarla, venirci. La nostra casa è sempre aperta per ciascuna di voi, aperta però per vivere questa vita, cioè per stare in silenzio, per pregare; aperta non per disturbare qualcuno, ma per entrare come in un bagno di preghiera e di silenzio, di umiltà e di dolcezza, di semplicità. di unione con Dio.
Primo ritiro del Padre a Casa San Sergio, maggio 1956
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