LA MORTE NELLA VIGNA

Mons. Cataldo Naro, fratello Arcivescovo, è morto improvvisamente all'età di 55 anni, a Monreale. Alla notizia, tutti noi siamo rimasti sorpresi, increduli e profondamente rattristati. Una morte così ci sembrava inspiegabile, impossibile. Ma la Volontà di Dio spesso appare così. Solo dopo, col tempo, si capisce (o, meglio, si intuisce) qualcosa.
Dopo la morte del Padre la nostra unione con Mons. Cataldo si era fatta ancora più stretta: forse egli sentiva una certa responsabilità nei nostri confronti, o forse era semplicemente il grande affetto che aveva per noi: di fatto ci sentivamo molto più spesso, con lettere, telefonate, incontri, scambi di libri. Nel silenzio, all'insaputa di tutti, stavamo anche maturando due progetti: una nostra presenza di IV ramo maschile nella sua Diocesi di Monreale in Sicilia, e una biografia di don Divo Barsotti che Mons. Cataldo Naro si era impegnato a scrivere per noi e per la Chiesa tutta.
Di lui ci rimane, incancellabile, quel suo luminoso sorriso, che peraltro era abbastanza raro. Ma quelle volte che si apriva il sorriso nel suo volto, egli cambiava totalmente espressione, e sembrava che tutto l'interno suo traboccasse fuori e invadesse l'anima di chi gli stava di fronte. Almeno questa era la mia impressione, ed io quasi aspettavo solo di vederlo sorridere, quando lo avevo davanti, per poter avere questa percezione e goderne.
Voglio dire a tutti che Mons. Cataldo era un uomo umile. Sappiamo che l'umiltà è la virtù che più di tutte rende attraente una creatura, che adorna tutte le altre e le rende possibili. Ed essendo un uomo di cultura, ed essendo un vescovo, il risultato si faceva ancora più grande. Un vescovo umile! La sua umiltà a volte mi disarmava e intimidiva, e anche se il suo sguardo tendeva ad essere sfuggente, io mi sentivo attratto e al tempo stesso timoroso di rovinare quel rispetto, quel senso di raccoglimento, di verità che ti si parava davanti quando egli appariva.
Una persona di Ragusa (dall'altra parte dell'isola rispetto a Monreale) mi ha telefonato dicendo che Mons. Naro era un punto di riferimento ormai per tutta la Sicilia dopo solo quattro anni di episcopato. E mi tornava alla mente l'entusiasmo del Padre quando, alla notizia della nomina episcopale di Mons. Cataldo esclamò: “È il dono che la Comunità fa alla Chiesa!” Io gli replicai benevolmente che non esagerasse, che la formazione di don Aldo non dipendeva dalla Comunità, o non solo da essa, ma fu Mons. Cataldo stesso a sbugiardarmi – senza intenzione – quando, nella cappella di Casa San Sergio, pochi giorni prima di essere consacrato Vescovo, affermò davanti a tutti che egli doveva la sua formazione interiore a don Divo Barsotti! Il Padre non mi disse nulla come rimprovero (me lo sarei meritato)... era troppo intento a bearsi ammirando, con sguardo incantato, quel “suo” Vescovo che parlava. Vi era un umile luminoso, vecchio, che si stava mettendo con grande rispetto nelle mani dell'umile luminoso giovane, suo figlio di Comunità e suo padre nella gerarchia. E il Signore se li è presi insieme.
Il suo servizio nella Chiesa come Vescovo non fu senza sofferenza. Una volta fu anche sbatacchiato brutalmente contro una macchina quando si recò non so dove per non so quale decisione che aveva comunicato al popolo. Io ero lì il giorno dopo, a Poggio San Francesco, e lui venne, ancora addolorato. Cercammo di consolarlo e sostenerlo, noi della sua Comunità. “La forza del cristiano è la sua pace e la sua pazienza. Nulla deve sconvolgerti, nessun avvenimento: lo sgomento e l'angoscia dell'uomo che si sente minacciato da oscure potenze, in balìa di una cieca necessità, non turbano il cristiano. Non ti far meravigliare e sbalordire dalla potenza del mondo: è un trucco di chi vuole disarmarti della tua potenza e sapienza che è infinitamente più grande” (La fuga immobile, pag.124).
Mons. Cataldo amava profondamente la Comunità. A Caltanissetta da sacerdote tenne diverse giornate di ritiro per i gruppi della CFD, a Palermo, nonostante gli impegni, anche. Predicò un corso di esercizi spirituali in Calabria. Fu lui che organizzò il primo convegno nazionale sul Padre a Palermo, fu lui che volle promuovere subito dopo anche il secondo a Trento, e non perdeva occasione, se invitato, a parlare e scrivere del Padre come di uno dei grandi maestri della Chiesa contemporanea.
Erano amici. Arrivavano spesso lettere di Mons. Cataldo al Padre, e il Padre con gioia e con parole soavissime rispondeva. A noi toccava leggerle, quelle lettere, perché il Padre negli ultimi anni aveva la vista impedita. Si captava il valore di una amicizia a livelli profondi; questi due umili-luminosi sapevano scrivere davvero bene, da uomini di cultura e di lettere quali erano. Mons. Cataldo chiedeva comprensione e preghiere al Padre, chiedeva di essere sempre suo figlio, nonostante fosse vescovo...
Mons. Naro non si risparmiava, non diceva di no. Io avevo una grande paura di disturbarlo, sapendo il carico di impegni che aveva, e immaginarlo crollare al suolo dopo quel pranzo, dopo quel caffè del 29 settembre, mi ha dato l'immagine di un operaio morto nella vigna, di un martire del lavoro e dell'amore.
Viviamo in un'epoca di discorsi, parole, di eccessi di informazioni. Molte di queste parole servono solo per disturbare e distogliere dalla vita reale, dalla Realtà, che è l'Amore. “Non è Roma che voglio e non è il deserto, non è un lavoro o una dignità – è la libertà assoluta dell'amore. Non voglio nulla. Voglio il nulla di tutto: voglio unicamente Te, l'Amore che nulla conosce e nulla ha, che nulla vuole: l'Amore che dona senza misura e non vuole più che donarsi e non ha più nulla tranne questo volere inesausto, infinito di donarsi e di amare” (La fuga immobile, pag.71).
Mons. Cataldo, operaio caduto nella vigna, figlio degno del padre don Divo, ha vissuto fino in fondo la propria vocazione “- Per adempiere questo precetto, vuoi seguire Gesù, Figlio di Dio, fino alla morte di croce? - Lo voglio”.

padre Serafino

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