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IL TRAPASSO
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Il Padre è morto mercoledì 15 febbraio, alle 9.30 del mattino, nel proprio letto di Casa San Sergio, per arresto cardiocircolatorio.
Il declino del Padre è stato lento, e se vogliamo ripercorrere le tappe che lo hanno portato poi al decesso, occorre iniziare forse da quel 25 aprile 2004, giorno del suo 90° compleanno. Quel giorno tutti lo abbiamo visto in ottima forma al teatro tenda Saschall di Firenze, contornato da tutta la Comunità e da tanti amici. Pur essendo in carrozzina a rotelle (in realtà camminava ancora, ma per aiutarlo nei tragitti lunghi si usava la carrozzina a rotelle) sostenne quel giorno una conversazione di un'ora sui temi della sua vita, la Messa con omelia, il pranzo con tanti incontri e saluti, il momento pomeridiano con Mario Luzi, nel quale pure parlò, la visione commossa e divertita del filmino finale preparato per i suoi 90 anni. Ebbene, quella sera il Padre non era nemmeno stanco. Ma proprio da quel giorno cominciò un inesorabile, lento declino, che sarebbe durato quasi due anni.
La prima cosa a bloccarsi fu la deambulazione. Cominciò a camminare sempre meno, fino a farlo solo sostenuto a braccia, e poi a cessare del tutto: da allora per accedere al refettorio, nella sua casa – si trova al piano di sotto – doveva essere condotto passando da fuori, sulla strada, e per un anno abbiamo visto la scena dei fratelli della vita comune che spingevano la carrozzina su e giù per quel breve tratto di via Crocifissalto due volte al giorno, a pranzo e a cena.
Così per più di un anno e mezzo il Padre ha stazionato praticamente fisso sulla poltrona di camera sua. Però non ha disdegnato, finché ha potuto, qualche uscita rapida in Comunità. Non parlava più a lungo (omelie, meditazioni), ma poteva conversare un poco con l'uno o con l'altro. Più che altro portarlo fuori in Comunità era anche una scusa e una occasione per portarlo fuori e fargli prendere un poco d'aria. Così si è potuti andare in visite brevi presso Comunità vicine a Firenze, presso monasteri amici, presso i parenti a Palaia, o anche semplicemente si prendeva la macchina e si andava in qualche chiesa della Toscana per una preghiera, e poi si rientrava. In queste uscite il Padre, sempre contento, si guardava attorno, contemplava i suoi cipressi, ammirava estasiato la sua terra toscana, come un bambino che si ferma ammirato davanti alle cose nuove e belle.
Poi pian piano cominciò a diminuire anche la sua frequenza in cappella, e la sua cappella divenne la sua stanza. Da lì pregava, lì si faceva leggere qualche brano della Sacra Scrittura, qualche testo di spiritualità. In stanza, stando in poltrona, riceveva le persone che venivano a trovarlo.
L'intelletto lo ha sempre sostenuto fino alla fine, come aveva chiesto al Signore: “O Signore, fa che io possa morire con lucidità di mente”, era stata la sua preghiera ricorrente in passato. E così è stato.
Poi ha iniziato a stancarsi ad ascoltare letture, e pian piano attorno a lui si è fatto più silenzio. Ci pensavano i fratelli a tenere viva la conversazione con lui, con una assistenza continua 24 ore su 24, avendo pertanto la possibilità di cogliere i momenti opportuni per parlare con lui, per pregare con lui, per tacere e lasciarlo nel riposo e nel silenzio.
Per tutto il 2004 e parte del 2005 il Padre ha tenuto in camera un campanello con il quale chiamare i fratelli della casa per le necessità di necessità; campanello che usava anche di notte in caso di bisogno. Poi ad un certo punto ci si è resi conto che occorreva comunque un occhio più continuo, e i fratelli di Casa San Sergio si sono dati dei turni in modo che uno fosse sempre con lui, tutto il giorno e tutta la notte, rendendo inutile a questo punto il campanello. Di notte si sistemava una brandina accanto al letto del Padre, e il fratello di turno dormiva nella stanza del Padre.
Su queste notti ci sarebbero da raccontare tanti aneddoti, perché non era raro che il Padre chiedesse di alzarsi, magari verso mezzanotte, per andare in poltrona, come se fosse giorno, e così non era raro che le notti passassero tranquillamente... in bianco (poi magari il giorno dopo il Padre dormiva per quasi tutto il giorno....).
Dal punto di vista medico e clinico, il Padre è stato sempre molto seguito, sia dal medico curante, dott. Lagi, che dai due infermieri Ivan e, all'occorrenza, Marco, di Settignano.
Si è andati avanti così, con l'energia che pian piano scemava, fino al dicembre 2005, mese in cui vi è stato un vero e proprio tracollo. Il cuore manifestò un affaticamento acuto, incontrovertibile, e così poco prima di Natale il dott. Lagi decise di fargli applicare il pacemaker. Fu ricoverato all'ospedale di Santa Maria Nuova e gli fu applicato l'apparecchio cardiaco.
Ma al suo ritorno a casa, ormai appariva chiaro che il Padre si avvicinava rapidamente verso il compimento finale. Cominciò a parlare sempre meno, fino a smettere quasi del tutto. Messo in poltrona, faceva capire di non gradire più quella sistemazione e faceva cenno di essere riportato a letto. Gli ultimi 15 giorni li ha fatti tutti a letto. Le piaghe di decubito, pur curate in continuazione, lo facevano soffrire parecchio.
Le due settimane di febbraio sono state due settimane di progressivo e rapido spegnimento. Non si riusciva più a farlo mangiare, se non qualche tazza di yogurt con integratori proteici, non parlava più, erano solo gemiti e vaghissime parole sussurrate, praticamente incomprensibili.
Tutti i giorni, nell'ultimo mese e mezzo di vita, i fratelli hanno celebrato la Messa nella sua stanza. Si alternavano p. Doroteo e p. Serafino: uno celebrava in cappella per tutti, e l'altro nella stanza del Padre per lui solo. In questo modo il Padre ha potuto fare la santa comunione tutti i giorni, fino alla fine.
Nelle ultime due settimane ci sono stati anche problemi muscolari, data la posizione sempre ferma e quasi rattrappita del corpo del Padre, con conseguenti dolori ogni volta che gli lo si toccava per cambiargli la posizione. In questo dobbiamo essere tanto grati in particolar modo a Damiano per la delicatezza con la quale ha saputo trattare il Padre in quei momenti delicati e difficili.
Si arriva così all'ultimo giorno. Il 14 febbraio, giorno dei santi Cirillo e Metodio, il Padre fu per qualche ora un poco agitato: chiedeva, con quel filo di voce e con lo sguardo, di essere portato a casa sua. Nonostante le rassicurazioni di chi lo assisteva, egli insisteva per essere portato a casa sua, come se quella (la stanza) non fosse la sua vera casa. Chissà... forse parlava della casa del Cielo, la casa del Padre. In ogni caso, questo stato d'animo durò qualche ora, poi tutto si concluse quando, verso sera, si riaddormentò. Interessante è anche la parola che proferì, durante la giornata, a sr. Marisa, riferendosi ai fratelli di Casa San Sergio. Semplicemente: “Grazie”. Una parola sola, ma sapendo quanto gli costava parlare...
La notte tra il 14 e il 15 febbraio era di turno Damiano. Durante la notte il Padre ha dormì, tranne qualche momento in cui si espresse con qualche gemito, e con l'invocazione, ripetuta: “Gesù... Gesù”.
Alla mattina, come al solito, fu celebrata la Messa alle ore 7.00 nella sua stanza. La celebrò p. Doroteo, assistito da Damiano. Il Vangelo del giorno era quello della guarigione del cieco che viene sanato dal Signore in due tempi: “Allora gli impose di nuovo le mani sugli occhi ed egli ci vide chiaramente e fu sanato, e vedeva a distanza ogni cosa” (Mc 8,25); e il salmo responsoriale: “Chi teme il Signore abiterà nella sua casa”. Il salmo sembra la risposta alla richiesta del giorno precedente: “portatemi nella mia casa!”. Al momento della comunione il Padre, ben sveglio, ricevette per l'ultima volta il Corpo e il Sangue di Cristo. Erano le ore 7.45 circa.
Dopo la Santa Messa il Padre, nel letto, si assopì. Nel frattempo era finita la Messa anche in cappella, celebrata da p. Serafino. Damiano e Ireneo se ne andarono alla Facoltà teologica per le lezioni, come tutte le mattine feriali, e a Casa San Sergio rimasero in tre: p. Serafino, p. Doroteo e Antonio. In più vi era p. Agostino, della Madonna del Sasso, che doveva parlare con p. Serafino, e Adrian Pervan, Assistente della Famiglia dell'Australia. La mattinata era di turno Antonio, presso la stanza del Padre. Vedendolo assopito, Antonio scese in refettorio con gli altri per la colazione, e quindi il Padre rimase una mezz'oretta, dalle 8.15 alle 8.40 circa. Alle 8.40 Antonio “prese servizio” nella stanza del Padre, con l'intenzione di rimanervi tutta la mattina, assisterlo nelle sue necessità, cercare di farlo bere o mangiare qualcosa, cambiargli ogni tanto posizione, eccetera. Verso le 9.00 il Padre diede segnali di essere sveglio. Antonio gli si avvicinò, gli chiese se voleva qualcosa, ma egli non manifestò nessuna esigenza particolare. Non sembrava né turbato, né bisognoso di nulla, ma tranquillo, tanto che ben presto si riassopì. A quel punto Antonio si rimise a sedere in poltrona, con un bel libro da leggere, pensando di poter stare così per qualche tempo, leggendo, vedendo che il Padre dormiva, o comunque era assopito. Si sentiva chiaramente il respiro (era sempre piuttosto pesante, per non dire rumoroso), e questo era un segnale di tranquillità per Antonio: il Padre stava dormendo. Ad un certo punto Antonio si rese conto di non sentire più alcun rumore, alcun respiro. Si avvicinò al Padre, e lo vide fermo, immobile. Non vi era più alcun respiro. Il Padre era morto.
Così è morto il Padre, vicino ad un fratello, ma senza farsi sentire.
Il volto era sereno disteso.
Per il giorno e mezzo in cui è stato esposto nella cappella di Casa San Sergio, tutti quelli che sono accorsi per vegliare e pregare hanno unanimemente affermato che il volto del Padre era bellissimo.
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