LA TRASLAZIONE DEL PADRE

Settignano, 18 luglio 2006.
La chiesa è piena di gente. Riconosco i volti di fratelli e sorelle venuti un po’ da tutte le parti d’Italia: anche dalla Sicilia e dalla Sardegna. Ma ci sono anche tanti altri, alcuni a me sconosciuti, che sono lì per rendere l’ultimo terreno omaggio alla salma di don Divo.
Presiede la Liturgia, che è quella delle esequie, come se davvero oggi fosse il funerale del padre, monsignor Fausto Tardelli, vescovo della Diocesi di san Miniato là dove, esattamente 69 anni fa, don Divo veniva ordinato sacerdote, il 18 luglio del 1937. Un leggero ritardo sul preventivato inizio della Messa, consente di ripassare, per alcuni forse d’imparare, i canti gregoriani della Liturgia, dal magnifico “Requiem Aeternam” iniziale, allo splendido e conclusivo “In Paradisum, deducant te angeli”. Ed è forse proprio questo inaspettato e fortuito melodioso entrare nella Liturgia a far sì che, al momento dell’ingresso dei sacerdoti, l’intera assemblea come se fosse una voce sola, innalzi a Dio il suo canto di speranza per l’anima di don Divo: “L’eterno riposo dona a lui o Signore…”. Come può il Padre, davanti all’accorato grido dei suoi figli, non concedere ciò che essi gli chiedono per quel loro fratello tanto amato?
La Liturgia della Parola tratteggia in modo mirabile ciò che don Divo fu durante la sua esistenza terrena.
Un testimone convinto della vita dopo la morte. E così la prima lettura, tratta dal libro di Giobbe, dice. “Io so che il mio Redentore è vivo. Io lo vedrò, io stesso” (Gb 19,1.23-27).
Un’instancabile ricercatore di Dio. E il ritornello del salmo responsoriale ci fa ripetere: “Ha sete di te Signore, l’anima mia” (salmo 62). Chi non ricorda l’insaziabile arsura di Dio che tenne sempre desto questo indefesso innamorato del volto di Cristo?
Un predicatore infaticabile della vita nella fede. E la seconda lettura, con san Paolo, ci apre al mondo dell’invisibile, quello eterno, al quale si accede fin da questa vita terrena proprio attraverso la porta della fede.
E il Vangelo? Non poteva che essere il capitolo V di Matteo, le Beatitudini, il fondamento stesso di tutta la spiritualità di don Divo, il contenuto medesimo di tutta la sua proposta monastica. “Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”. Certamente questa parola, così a lungo e attentamente meditata dal padre, è ora divenuta vita, vita eterna.
Nell’omelia, il vescovo ritorna più volte su un concetto fondamentale: oggi è un giorno di gioia perché possiamo elevare la nostra lode a Dio Padre per il grande dono a noi fatto concedendoci di aver conosciuto don Divo. Ed è proprio la dimensione eucaristica, quella così tanto amata e profondamente vissuta da Barsotti, ad essere quella che per eccellenza esprime il rendimento di grazie al Padre nel Figlio per lo Spirito Santo.
Finita la Messa, inizia la processione verso casa San Sergio. Davanti al feretro, prendono posto i sacerdoti concelebranti mentre, subito dopo la macchina che trasporta la bara con le spoglie mortali di don Divo, segue tutto il popolo. Sono tante le persone, giovani e meno giovani, che hanno il coraggio di sfidare il terribile sole che dardeggia impietoso ma forse, anche lui, vuole sottolineare la gioia del momento, facendosi ancor più luminoso e acceso del solito. E mentre si procede verso l’ultima dimora terrena di padre Barsotti, accompagnano i nostri passi le parole dei salmi intervallate da antifone cantate e da brani tratti da alcuni scritti del padre.
 

“Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla …
Felicità e grazia mi saranno compagne…” (salmo 22)
“Ricordati Signore del tuo amore, della tua fedeltà che è da sempre…
Il Signore si rivela a chi lo teme, gli fa conoscere la sua alleanza…” (salmo 24)

 
“L’uomo che vuole Dio, non può volere che la propria morte... il cammino della vita spirituale non può essere che questo cammino alla morte…L’uomo così deve far posto a Lui nel vuoto totale di sé…” (da Dio….e l’uomo)
 
“Attraverso la folla avanzavo tra i primi, fino alla casa di Dio
In mezzo ai canti di gioia, di una moltitudine in festa…” (salmo 41)
“Ritorna anima mia alla tua pace…
Egli ti ha sottratto dalla morte…
Ha liberato i miei occhi dalle lacrime…” (salmo 114)

 
“Nella fede, già l’uomo inizia la visione beatifica… La morte fisica non ha grande importanza, non cambia sostanzialmente per chi vive in grazia in questa sua vita… Noi viviamo con i morti ed essi vivono con noi…I morti hanno soltanto finito di morire… La Messa, il sacrificio di Cristo, unisce i morti ai viventi. Egli, che è la Vita, lo è per i morti e per i viventi…” (da Il Mistero cristiano nell’anno liturgico)
“Il mio aiuto viene dal Signore…
Il Signore veglierà su di te…” (salmo 120)
“Quale gioia quando mi dissero, andremo alla casa del Signore…
Per lodare il nome del Signore …
Chiederò per te il bene…” (salmo 121)

 
“L’amore di Dio per l’uomo: ecco il primo contenuto della vita eterna. Anche dopo la morte ci conosceremo gli uni gli altri benché in modo diverso…Io credo in questa immensità d’amore che mi attende…Chi crede, sa guardare in faccia la morte e vede, al di là della morte…Nella fede, già viviamo ora la risurrezione…” (da Credo nella vita eterna)
Giunti a casa San Sergio, tutti stipati nella cappella o davanti al sepolcro che accoglierà il corpo del padre o ancora, dato il numero dei presenti, fuori, sotto il sole sulla strada, si procede alla tumulazione. Ed è proprio durante questo semplice ma commovente rito, nel momento in cui la bara che contiene le spoglie mortali di padre Divo scompare alla nostra vista e viene rinchiusa per sempre nel monumento funebre che s’innalza al cielo, quasi inaspettata, la famigliare melodia del Cantico di San Sergio. E in una mirabile continuità fra sogno e realtà, fra vita e morte, fede e visione, vengono alla mente le parole scritte da don Divo 60 anni fa: “Ero davanti ad un cancello di ferro… Mi viene fatto di suonare… Apparve un monaco orientale…Allora sentii venire un canto dalla casa: era il Cantico di san Sergio. Finì lentamente, in una ripetizione continua del nome di Dio”. E dunque, come nel lontano 1947, in sogno, san Sergio stesso indicò al padre la futura casa della Comunità, così, nel giorno della traslazione del corpo di don Divo, nello stesso mese di luglio ma nel 1422, le spoglie mortali di san Sergio venivano riportate nel monastero della Santa Trinità.
La giornata prosegue poi fra preghiera silenziosa personale davanti al sepolcro e agape rumorosa familiare nel giardino della casa di san Sergio, ricolma di fratelli e sorelle. Encomiabile l’impegno di Giuliana e Carmela in cucina, nel far fronte alle richieste di tanti robusti stomaci, forse anche un po’ più esigenti del solito perché provati dalla lunga processione: alle 14 e 30 portavano a termine la loro fatica, scolando circa un chilo di pasta poi condita con ragù. E sì che fuori c’erano quaranta gradi all’ombra! A sorpresa poi, Antonio distribuiva gelato per tutti!
Verso le 17 la conclusione della giornata con i Vespri, cantati solennemente nella cappella di casa san Sergio. Là dove, spesso nella solitudine, per tanti anni della sua vita, il padre aveva innalzato la sua lode a Dio ora, nuovamente presente con il suo corpo mortale e ancora più, anche se in una forma diversa, con il suo spirito, si ritrovava circondato da tanti figli e figlie, assieme ai quali continuare incessantemente ad elevare la preghiera di ringraziamento a quel Padre sempre così tanto amato e ricercato.

p. Silverio

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