L'UILTIMA OMELIA DEL PADRE: IL SUO VOLTO NEL MISTERO DELLA MORTE

Quanto ci sarebbe da scrivere e da condividere, tanta intensa e sovrabbondante è stata la grazia vissuta da noi tutti in questi giorni del passaggio del padre da questo nostro mondo a Dio! Se solennissima e partecipata al di là di ogni previsione è stata la liturgia dei suoi funerali, ancor più belle e importanti sono state per me le ore trascorse in preghiera con il padre nella cappella di casa ‘S. Sergio’ immediatamente dopo la sua morte. Ho avuto la grazia di vegliare accanto a lui con tanti fratelli e tante sorelle della nostra famiglia e di meditare a lungo in preghiera davanti alle sue spoglie, composte sul lettino funebre ai piedi di quell’altare, centro focale di tutta la sua vita.
Rivedevo il padre così come l’avevo visto per la prima volta pregare in quella stessa cappella in occasione della mia prima salita da Palermo a Settignano per il triduo pasquale del lontano 1968. Allora egli aveva meno anni di quanti ne ho ora io, ed io, allora aspirante, avevo da poco compiuto 18 anni. La prorompente irruenza del suo carattere e la straordinaria passionalità del suo parlare dell’amore di Dio, ben note a quanti lo hanno conosciuto prima del suo ingresso nell’ultima fase della sua vita, messe completamente a servizio della santa causa del Dio unico e santo, Padre tenerissimo e insieme esigentissimo – è il ‘caso serio’ per cui don Divo ha consumato ogni energia fisica e spirituale –, mi avevano allora letteralmente sconvolto e positivamente destabilizzato, educato com’ero ad un cristianesimo certamente già impegnato e convinto ma ancora contenuto entro i confini di una ragionevolezza e di un perbenismo che gli davano dimensioni facilmente coniugabili con uno stile di vita borghese; e uso questi termini - ‘perbenismo’ e ‘vita borghese’ - nella loro più positiva accezione senza alcun valore dispregiativo o addirittura polemico. L’incontro con la parola di don Divo in quegli anni giovanili costituì l’evento del tutto imprevedibile e illuminante che avrebbe determinato in senso assoluto l’orientamento di tutte le mie scelte di vita: dono grandissimo di Dio, per il quale non basterà l’intera vita per ringraziarLo.
Adesso in quella stessa cappella – luogo per eccellenza il più santo nella mia piccola storia segnata da tante debolezze e tradimenti – mi sembrava che il padre ancora mi parlasse, anche se con un linguaggio ormai diverso, da cogliere nel profondo silenzio che avvolgeva le sue spoglie lì esposte alla venerazione amorosa dei suoi figli. Non un silenzio denso di morte bensì misteriosamente evocativo di una Presenza, quella di Dio, alla cui luce la morte perde ogni alone di oscurità e ci appare nella sua vera natura: quella di condizione, certamente ineliminabile ma non più paurosa, per il pieno compimento dell’incontro tra la creatura e il Creatore nell’eterna reciprocità dell’amore.
Sì, il padre continuava a ‘parlare’ e a proporci ancora le “cose sempre antiche e sempre nuove” che ci aveva detto lungo tutti gli anni del suo ministero in mezzo a noi. Compresi anzi, e ne fui felice, che ora egli era lì per svelarci, attraverso il misterioso e vivissimo silenzio da cui era avvolto, il segreto ancor più profondo del suo incontro con Dio faccia a faccia. Il silenzio non era affatto ostacolo alla comunicazione, bensì costituiva l’ambito più proprio a questo suo nuovo parlarci.
Tante volte don Divo ci aveva parlato della morte e soprattutto della vita dopo la morte. Da autentico ‘profeta’ quale era, tutti intuivamo che nel suo descriverci lo stato dei beati al di là della morte egli non tanto ci partecipava le sue riflessioni teologiche, frutto della sua straordinaria intelligenza nelle ‘cose di Dio’, quanto ci svelava ciò che egli stesso, pur ancor vivo tra di noi, per un dono particolarissimo del Signore andava già sperimentando del mistero della vita eterna nell’esercizio della virtù teologale della speranza. Come intendere altrimenti frasi, da lui tante volte ripetute col suo tipico ardore mistico, quali: “Chi vive dell’amore di Dio vive già ora in paradiso… Badate bene, se non vi sentite già ora in paradiso non potrete entrarvi domani!… Chi vive di fede vive già al di là della morte…”? Nel dirci queste cose il padre rivelava, in piena consapevolezza, la sua interiore apertura ad una partecipazione mistica – e quindi sin da allora reale – alla pienezza di vita, propria dello stato dei beati. E così i nostri cuori si accendevano insieme al suo…
Ora, disteso immobile lì al centro della sua cappella, egli poteva parlarci con ancor maggior autorevolezza ed esperienza di quelle realtà invisibili ed eterne che erano state argomento continuo del suo magistero. Guardando il suo corpo e familiarizzando col suo nuovo aspetto, ciò che avevo sott’occhi mi si andava svelando come la sua ultima, conclusiva omelia: la più bella e la più preziosa perché la più essenziale ed autorevole! Mi chiedevo cosa in particolare egli volesse dirci da questa nuova e inconsueta cattedra, e trovai la risposta nel fermarmi a contemplare il suo volto. Un volto ora diverso da quello cui eravamo abituati, un volto quasi non più di carne, come svuotato di materialità, molto simile ai volti dei santi monaci orientali, suoi amici, da noi venerati nelle icone. Un volto trasfigurato da una lunga sofferenza purificatrice, che lo aveva come privato e alleggerito sino al limite estremo di ogni materialità e pesantezza. La diversità di quel volto non era segno di uno sconvolgimento somatico dovuto al naturale travaglio del morire, bensì metteva ora a nudo sotto lo sguardo di tutti la vera natura, l’essenza profonda ed intima di un autentico uomo di Dio, lavorato fino all’ultimo istante dalla grazia. Ciò che la grazia, invisibile ai nostri occhi, aveva giorno dopo giorno compiuto nel segreto del suo cuore ora appariva visibile a tutti nei tratti e nell’atteggiamento del suo volto, definitivamente fissato dalla morte. Un volto tutto proteso verso l’Alto, quasi sentisse anche da morto una potentissima attrazione dall’Alto. Di questa esperienza don Divo ci aveva sempre parlato, descrivendocela come un desiderio intensissimo e bruciante di tendere a Dio, di cercarLo, di vederLo, di possederLo per essere da Lui posseduti. Quante volte il padre ci ha parlato di questo desiderio struggente di Dio, quante volte ha acceso anche in noi questo stesso fuoco, facendoci quasi partecipare a questa sua straordinaria percezione di una forza di attrazione da parte di Dio che ci ama uno per uno e ci vuole totalmente per Sé! Ancora ora questo messaggio ci raggiungeva attraverso quel suo volto, mediante il quale il padre continuava ad additarci quell’ ‘Alto’ che è Dio nel mistero della Sua trascendenza e della Sua volontà di elevarci a Sé nell’amore. Con commozione e gioia mi resi conto che attraverso quel suo volto, dalla purificazione della morte reso ormai espressione di un assoluto e intensissimo desiderio di Dio, don Divo continuava a parlarci di quel Dio che egli non aveva mai cessato di amare e del Cui amore per lui non aveva mai, neppure per un istante, dubitato.
Ancora una volta – l’ultima volta… – era come se ci dicesse che siamo fatti per Dio, siamo Suoi figli, e non dobbiamo vivere se non di questa assoluta tensione, di questo ardente desiderio di congiungerci un giorno con Lui. Il ‘Cerco Dio solo’ – essenza del suo e nostro programma di vita – veniva ora come proclamato da quel silenzioso protendersi verso l’Alto del suo volto, agli occhi del corpo materialmente spento ma in realtà trasfigurato dalla sua santa morte. Quegli occhi pur chiusi mi apparivano ora in realtà fissi per sempre sull’Unico da lui amato. Quelle labbra rese ora sottili e come sigillate al parlare terreno non si sarebbero più aperte se non per lodare Dio nell’incommensurabile gioia dell’incontro eterno. Quella pelle finissima, sostanziata solo di una luminosa trasparenza come di alabastro, mi appariva come un richiamo efficacissimo a quel sottile e quasi trasparente diaframma che separa la terra dal cielo, noi uomini da Dio: il velo cioè di quella fede che, come ci ha sempre insegnato il padre, è anzitutto rapporto personale e quindi inizio e anticipazione della nostra comunione eterna con Dio. Un giorno anche per noi non ci sarà più distanza tra Lui e noi perché cadrà quest’ultimo velo che è la fede.
Il corpo del padre, proteso verso l’Alto quasi per un’attrazione calamitante, mi appariva terra di confine tra questo mondo e il cielo, tra il tempo e l’eternità, tra l’ ‘economia’ della grazia e la realtà definitiva della gloria. L’uomo, insegnava anticamente il grande Origene, è ‘creatura di confine’ - methorios -, luogo di salvifico coniugio tra lo spirito e la materia, tra il visibile e l’invisibile, tra il divino e l’umano. Mai le spoglie di un defunto mi avevano rivelato così chiaramente la verità dell’uomo, la verità della sua vocazione al cielo, della sua destinazione alla divinizzazione.
Meditavo commosso su tutto questo, quando un giovane prete nostro amico, appena entrato nella cappella, fissando anche lui con meraviglia il volto del padre, mi ha sussurrato all’orecchio con tono di gioia: “Guarda, il volto di don Divo è come una catechesi sulla vita eterna!” E’ stata per me una conferma bellissima: la più bella sintesi che poteva farsi di ciò che tutti avevamo sotto gli occhi. Come può – mi chiedo ancora con meraviglia – un corpo morto, dopo poche ore dalla fine, evocare non l’oscuro travaglio della morte ma la realtà per noi ancora irraggiungibile della vita eterna!
Tanti in quei giorni hanno voluto toccare quel corpo, l’hanno accarezzato, baciato. E mi piace vedere in questi gesti non l’espressione di un semplice moto di affetto umano ma la concretizzazione del desiderio, comune a tutti coloro che veramente credono, di stabilire un contatto immediato con l’invisibile, col soprannaturale, con quel mistero di pienezza di vita cui normalmente ci è permesso di aderire solo mentalmente. Ho capito allora il valore quasi ‘sacramentale’ di quelle spoglie: pur destinate a tornare polvere della terra, esse evocavano la vita eterna, erano come un dito puntato verso il Cielo. Il silenzio e l’immobilità che le avvolgevano custodivano e svelavano nello stesso tempo questa carica vitale che non poteva avere la sua fonte se non nella misteriosa presenza dello Spirito Santo, il Vivificante!
Il padre è stato poi solennemente onorato e salutato nei suoi funerali. Nell’attesa di essere deposto nel sacro spazio della sua‘S. Sergio’, il suo corpo è stato affidato a una sepoltura provvisoria. Tutto sembrerebbe dire compimento, conclusione, fine…, ma in realtà tutto va avanti in quella fedele disponibilità alla continua novità di Dio che ora ci vien chiesta.
Già in questi giorni, nel recitare come primo atto religioso della giornata le nostre ‘4 preghiere’, me le son sentite risuonare nell’intimo cariche di una forza nuova. Specialmente le Lodi di Dio di s. Francesco mi è sembrato che acquistassero nel mio cuore maggiore verità: come se Dio mi fosse ora più vicino, più presente, più ‘familiare’, e la mia preghiera Gli giungesse più immediata. Questo perché don Divo è ora con Lui, a Lui infinitamente più vicino di prima, nell’esperienza di un ‘faccia a faccia’ senza più veli che, in un certo modo, per il legame di figliolanza che mi unisce al padre, avvicina anche me di più a Dio. “Tu sei Carità… Tu sei Bellezza… Tu nostra Speranza… Tu sei la nostra Vita eterna!”. E’ come se dicessimo tutto questo a Dio insieme a lui, che ora è definitivamente con Lui.
Che il padre ci ottenga dal Signore il dono di essere Suoi testimoni e rivelatori per chi ancora non Lo ha incontrato, non tanto a parole ma con la sincerità e la profondità del nostro desiderio di Dio. Anelando a Lui davvero con tutto il nostro cuore, saremo segno credibile della verità del Suo esserci e del Suo amore per tutti.

p. Agostino

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