IL NOSTRO COMPITO NELLA CHIESA

Tante volte si è parlato del carattere monastico della CFD e la mia non vuole essere una inutile ripetizione. Ma le difficoltà in cui spesso ci si imbatte quando si richiama alle esigenze fondamentali della nostra consacrazione mi persuadono che può essere utile di tanto in tanto fare un po' di chiarezza su un tema così importante. Le problematiche ricorrenti riguardano il rapporto che ciascuno di noi ha o può aver avuto con altre realtà ecclesiali, parrocchia, diocesi, movimenti, di cui si fa fatica a 'spogliarsi' nel momento in cui con la consacrazione si accede a una famiglia religiosa che non ha opere, né proprie né assunte, e che richiede una sobrietà di vita al limite dell'invisibile. Ci si chiede, allora: «La Chiesa non ha una sua missione apostolica? La nostra unione alla Chiesa non implica che noi vi partecipiamo? Qual è il nostro compito nella Chiesa?». Il Padre è molto chiaro sull'argomento. La funzione apostolica nella Chiesa è propria della Gerarchia e di coloro che ricevono dalla Chiesa una esplicita missione a collaborare all'apostolato gerarchico. Ma la Chiesa non è solo la Gerarchia e la vocazione all'apostolato non è universale, mentre universale è la vocazione alla santità: «La Chiesa è [...] tutto il mondo cristiano [...]: non solo coloro che hanno una missione, ma anche coloro che beneficiano di essa. E beneficiandone non sono al di sotto di coloro che ricevono una missione perché tutti [...] possediamo una stessa dignità, quella di una partecipazione alla vita di Dio». La nostra, in quanto Comunità monastica, non fa parte della Gerarchia e, proprio per questo, assume il carattere di una larghezza, di una universalità che le consente di offrirsi come mezzo di santificazione per tutte le anime chiamate alla santità, larghezza e universalità che un fine apostolico limiterebbe. Ne viene immediatamente che nella nostra Comunità monastica «noi vogliamo essere all'ultimo posto: sul piano sociale della Chiesa noi ci vogliamo mettere all'ultimo posto». E i sacerdoti? Non implica di per sé il sacerdozio una partecipazione all'apostolato gerarchico? I nostri sacerdoti sono al servizio della Comunità (questo fino ad ora è stato possibile e ne ringraziamo il Signore)!
Qual è, allora, il nostro compito nella Chiesa?
«Per noi come per tutti i cristiani rimane vero che un'unione con Dio non si realizza che nell'unione alla Chiesa; rimane vero che l'amore di Dio ha la sua prova e la sua misura nell'amore del prossimo», ci insegna il Padre.
Alludendo, poi, al suo sacerdozio, egli ci sorprende con un paradosso che non gli è nuovo: «Io sono più disgraziato di voi, perché non potrò mai vivere pienamente la vita della Comunità, in quanto proprio quello che vive nella Comunità deve vivere rigorosamente sul piano di tutti, in nulla distinto dagli altri».
Che significa? Significa, appunto, la scelta dell'ultimo posto, per sé e per noi. Sul piano visibile nessuna distinzione da tutti gli altri fedeli con cui abbiamo in comune la stessa vita, nel mondo, nella famiglia, nel lavoro, nella professione, negli impegni sociali e che, appunto per questo, ci sono "più" fratelli. Sul piano interiore tutto cambia. Se il Battesimo ricevuto impone ad ogni fedele l'obbligo della perfezione evangelica, «in uno che fa la consacrazione religiosa in una Comunità monastica, questo obbligo preme in un modo più diretto e immediato». Questo fa la distinzione: l'impegno di vivere una partecipazione alla vita del Cristo. Ecco perché la nostra è una spiritualità liturgica e sacramentale che non ci assegna una funzione specifica nella Chiesa, ma ci inserisce nella Chiesa nella misura che siamo inseriti nel Cristo: «Più che essere Nostro Signore, non c'è possibilità di appartenere alla Chiesa».
Siamo esclusi, allora, da una collaborazione all'apostolato gerarchico? L'azione apostolica non si impone di necessità alla perfezione evangelica, impegno primario della nostra consacrazione, ma la Comunità non la esclude se essa viene svolta singolarmente, «non in forza della nostra consacrazione religiosa, in forza di altri motivi» e a condizione che il proprio impulso segreto, inesauribile alla carità operativa sia un amore immediato e gratuito verso il Signore, amore che si impara e si alimenta in un cammino conforme agli orientamenti ricevuti. In un mondo in cui Dio trova poca attenzione anche in coloro che credono, in una realtà in cui risolviamo la religione nel lavoro per gli altri, nella solidarietà per i bisognosi, nel farci carico delle umane necessità, il Padre irrompe proclamando il primato di Dio e della preghiera per ricondurre a Dio tutte le opere a favore dell'uomo e per arrivare ad amarci davvero come fratelli. Tutto ciò che non è irrorato da questa passione per Dio, diventa affanno talora arido e infruttuoso. Questo è il nostro compito nella Chiesa, non dobbiamo cercarne un altro; a questo deve sollecitare la Comunità e coloro che la governano al fine di custodire lo stesso carisma fondazionale che altro non è che la volontà di Dio espressa al nostro Fondatore. Alla Chiesa non si appartiene solo entrando nella schiera di coloro che vi svolgono una funzione. Alla Chiesa si appartiene inserendosi nel Corpo di Cristo attraverso i Sacramenti e, in modo speciale, attraverso il Sacramento dell'Eucaristia: «Oltre all'Eucaristia non c'è inserimento perché [...] se tu vivi [...] la grazia propria del Sacramento eucaristico, tu vivi la tua trasformazione nel Cristo». Grande è questa nostra vocazione, ma anche difficile, perché priva di ogni sollecitazione esterna e perché richiede la scelta del più rigoroso nascondimento. Ma il nostro nascondimento è il nascondimento di una vita immensa, la Vita stessa di Dio, che ci deriva dall'essere inseriti nel Mistero del Cristo che della Chiesa è il Cuore. La nostra unione alla Chiesa ci rivela, allora, la nostra vocazione: essere il suo cuore. «La vocazione del contemplativo è essere il cuore della Chiesa», il che significa «assumere in noi tutta la responsabilità della Chiesa, la responsabilità di tutta l'umanità nell'amore».
Questi orientamenti del Padre siano, cari fratelli, il nostro vademecum per l'anno comunitario che stiamo per iniziare e diventino per tutti il mezzo privilegiato per realizzare il fine per cui il Signore ha voluto la Comunità nella Chiesa e nella Chiesa del nostro tempo. Giunga a ciascuno di voi il mio affettuoso augurio perché la ripresa della vita comunitaria sia segnata da un entusiasmo grande ed irrevocabile di proclamare al mondo il primato di Dio e della preghiera.
Vi abbraccio con grande affetto.

Antonietta

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