IL SACERDOZIO MINISTERIALE

"Noi dobbiamo aiutare gli uomini a sollevare il loro sguardo a Dio perché altrimenti il nostro ministero, la nostra esistenza sacerdotale perde il suo contenuto più vero. Siamo servitori di tutti senza avere un compito nostro, senza avere una nostra missione. Faremo allora i preti operai, gli infermieri, gli assistenti sociali, raccomanderemo e procureremo il lavoro, cercheremo di fare qualsiasi mestiere, visto che non sappiamo più cosa voglia dire vivere il nostro sacerdozio. Il sacerdozio sembra aver perduto coscienza della propria missione. Non crede più alla sua necessità per la salvezza degli uomini. Eppure il Cristo si fa presente dopo l'Ascensione gloriosa solo attraverso la Chiesa, e in modo particolarissimo attraverso il sacerdozio ministeriale; perché è nel sacerdozio ministeriale che il Cristo si rende visibile a tutta l'assemblea dei fedeli, ed opera nell'assemblea dei fedeli" (Esercizi spirituali per la vita religiosa, p. 111).

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"Il sacerdozio cristiano non duplica la paternità divina, non duplica il magistero di Gesù; non duplica la missione del Cristo, ma la fa realmente presente. Ma se fa realmente presente la missione del Cristo, veramente gli uomini debbono tutto attendersi da noi sacerdoti, e noi sacerdoti dobbiamo avere non solo la coscienza che il mondo tutto aspetta ma anche la certezza che il mondo può ottenere da noi tutto, perché vanamente Dio ci avrebbe caricato di una responsabilità nei confronti di tutti se Egli non ci donasse il modo di poter rispondere a questo nostro dovere. E se ci ha dato questa possibilità noi dobbiamo avere questa coscienza: che cosa mai sono gli uomini del mondo (professori, primari di ospedale, deputati al parlamento)? Nulla in confronto del sacerdote. Perché, precisamente per mezzo del sacerdozio Dio continua la salvezza del mondo, realizza la salvezza degli uomini" (Adunanza del 3 ottobre 1971 a Firenze).

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"Tutto il compito del sacerdozio ministeriale è qui; siamo gli amici dello Sposo che preparano la sposa per l'incontro con il loro Signore" (Dio è misericordia, II edizione, p. 85).

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"Pretendere che gli uomini possano fare a meno del sacerdozio ministeriale, affermare che questo sacerdozio non avrà più una sua funzione specifica con il cambiare delle condizioni dell'uomo, è affermare che Cristo medesimo può essere trasceso, è negare la fede nel Cristo, unico Salvatore del mondo" (Le responsabilità dei preti. Prediche al Papa, p. 59).

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"Pretendere che gli uomini possano fare a meno del sacerdozio ministeriale, affermare che questo sacerdozio non avrà più una sua funzione specifica con il cambiare delle condizioni dell'uomo, è affermare che Cristo medesimo può essere trasceso, è negare la fede nel Cristo, unico Salvatore del mondo" (Le responsabilità dei preti. Prediche al Papa, p. 59).

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"Forse non dobbiamo intendere il carattere sacerdotale come un segno che durerà per tutta l'eternità: nella presenza dell'unico ed eterno sacerdote il nostro sacerdozio ministeriale forse avrà fine; il carattere forse è come una presa di possesso della nostra umanità da parte del Verbo che ora usa di noi così come Egli aveva usato di quella umanità singolare che aveva tratto dal seno della Vergine per operare e comunicare agli uomini la verità" (Le responsabilità dei preti. Prediche al Papa, p. 33).

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"Non vivremo il nostro sacerdozio se non nella misura in cui ci sentiremo e vorremo essere posseduti da Cristo Signore. Non siamo più nostri nella misura che siamo cristiani. Già per il Battesimo e poi per ogni sacramento Egli ha preso diritti sempre più grandi sopra la nostra umanità. Oggi non ci possediamo più, non possiamo riprendere la nostra umanità, non viviamo più una nostra vita. Dobbiamo volerlo e sentirlo, dobbiamo viverlo giorno per giorno, molto umilmente, certo, ma sinceramente, con amore. Così la nostra fede ci porta a vivere una nostra vita d'amore, la donazione di noi stessi a Lui perché Egli realmente ci possegga a imitazione di quella umanità che assunse nel seno della Vergine" (Le responsabilità dei preti. Prediche al Papa, p. 57).

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"Qualcuno ha detto che si può entrare nel sacerdozio soltanto con una buona dose d'incoscienza. Ed è vero. Perché è talmente grave la responsabilità che pesa sopra di noi che solamente nella misura che Dio ci nasconde in parte questa nostra responsabilità noi possiamo avere l'ardire di entrare nel sacerdozio. Però non è incoscienza la nostra. L'incoscienza è propria di uno che è meno che uomo. Noi cristiani, noi sacerdoti certo non possiamo misurare le nostre responsabilità, certo possiamo invece misurare la nostra impotenza, ma quello che Dio ci chiede è l'abbandono all'onnipotenza divina. Noi potremo vivere il nostro sacerdozio soltanto nella misura che ci abbandoneremo, con umiltà profondissima ma senza alcuna riserva, all'onnipotenza creatrice che ci ha scelto per sé, all'onnipotenza divina che vuole operare per mezzo nostro" (Adunanza del 3 ottobre 1971 a Firenze).

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