|
[ HOME ] [ PAGINA PRINCIPALE ] IL CANTO GREGORIANO
1 . Introduzione Tra
le tante definizioni possibili, possiamo parlare del canto gregoriano come una
raccolta di melodie monodiche (cioè a un sola voce) con le quali si cantano i
testi della liturgia della Chiesa romana. È quindi un canto, e non semplice
musica: un canto rituale, proprio della liturgia della chiesa, che la qualità
primaria di essere preghiera, quando si fa annuncio della Parola di Dio nella
proclamazione delle letture, rendimento di grazie nella preghiera eucaristica e
voce orante della comunità ecclesiale nel suo dialogo con Dio. È un insieme di
melodie legate inscindibilmente a dei testi latini in prosa, tratti per la
maggior parte dalla Bibbia, specialmente dal libro dei Salmi. Il
canto gregoriano è dunque un canto generato dalla parola, non è musica aggiunta
a un testo. È un canto che nasce e si sviluppa su un determinato testo e che
esalta la parola nel suo significato più profondo. Non nasce dalla semplice
fantasia di una artista che spesso si sforza per inventare le sue opere, ma
fiorisce spontaneamente dal testo, realizzando così una simbiosi perfetta tra
testo e canto, difficilmente riscontrabile in altri repertori di musica sacra. La
Chiesa cattolica ha sempre riconosciuto il gregoriano come suo canto proprio
per le celebrazioni liturgiche, in particolare nel Motu Proprio di Pio X del 22 novembre 1903 e, soprattutto,
nella costituzione Sacrosanctum
Concilium del Concilio Vaticano II, emanata il 4 dicembre 1963.
Al n°116 si legge: “La chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio
della liturgia romana: perciò, nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni,
gli si riservi il posto principale”. 2.
Uno sguardo alla storia Quasi
2000 anni fa, il messaggio cristiano lasciò Gerusalemme e i territori della
Siria e della Palestina per espandersi rapidamente in tutto il bacino del
Mediterraneo. I primi cristiani si trovarono di fronte al problema di creare
una nuova tradizione musicale, capace di unificare in qualche modo il mondo
cristiano. Il
modello musicale teorico offerto dalla tradizione greco-ellenistica era ormai
del tutto separato da una concreta prassi artistica, mentre i modelli reali
della musica dei romani si presentavano ai cristiani del tutto inadeguati alle
nuove esigenze del culto cristiano (essa era infatti strettamente legata alle
feste e agli spettacoli pagani e vagamente a culti di divinità straniere). E
così il modello del canto ebraico fu quello che certamente influenzò
maggiormante – e in misura notevole - il formarsi del canto cristiano; nelle
forme antifonarie, nel canto a cappella (cioè senza strumenti, troppo
compromessi a quel tempo con la musica del mondo pagano), nella salmodia e
nell’innodia come semplice canto intonato dei canti sacri. Con
la predicazione si diffuse anche il culto cristiano nascente, cioè la liturgia. Ancora ben lontani da
qualsiasi tipo di centralizzazione, i primi cristiani, provenendo da regioni
culturalmente differenti, formarono riti e canti con caratteristiche diverse
(compresa la lingua). Mentre nelle liturgie del Medio Oriente la diversità
delle lingue è rimasta una costante fino ai nostri giorni, l’Occidente, dopo
due secoli di liturgia in lingua greca, progressivamente adottò la lingua
corrente, il latino (nel 384 con papa Damaso). Ogni
regione dell’Occidente cristiano cominciò quindi a possedere un proprio
repertorio locale di canto sacro: un’unica lingua, ma testi e musiche diverse. La
chiesa di Roma, con la scelta di costituire verso la fine del IV secolo un
proprio rito in latino, poco alla volta sviluppò un nuovo canto, anche se con
caratteri tipici dei canti orientali, adottati nei primi secoli. Lungo il V
secolo si formo così a Roma un canto, il cosiddetto romano antico, con influssi della musica ebraica, greca e
bizantina. Tale canto si trasformerà più tardi nel cosiddetto canto gregoriano.
Contemporaneamente
si andavano costituendo in altre regioni altri repertori: tra quelli più
significativi ricordiamo quello gallicano
(Francia), il mozarabico o ispanico (Spagna), l’ambrosiano (Milano), l’antico-beneventano (Italia del
centro-sud) e il celtico (Irlanda).
Di tutti questi repertori solo l’ambrosiano è rimasto in uso fino ai nostri
giorni. Il
repertorio gregoriano, lo possiamo già intuire, non è dunque nato di un colpo,
ma ha una storia. La storia delle forme musicali gregoriane va di pari passo
con la storia della liturgia. Possiamo in maniera schematica riassumere lo
sviluppo del gregoriano in tre fasi: 1 - Una prima fase di
sviluppo è quella che arriva fino al IV secolo. In questo periodo nascono i
recitativi del celebrante, le melodie per le orazioni, le letture e il
prefazio, i primi inni, i toni salmodici. In questa prima fase la maggior parte
dei canti era affidata a un solista. 2 - La seconda fase, che
va dal IV all’ VIII secolo, può essere definita come l’epoca della Schola
cantorum. Essa è un gruppo composto da una ventina di chierici i quali
mettono la propria competenza a servizio della celebrazione liturgica. Nel
corso dei secoli V e VI questo gruppo di specialisti elaborò un repertorio di
musica religiosa colta, rimaneggiando il repertorio preesistente affidato al
solista e creando composizioni originali, legate allo sviluppo e all’apparato
del culto nelle grandi basiliche. In
questo secondo periodo vengono elaborate nuove forme musicali: la salmodia con
ritornello, la salmodia antifonata, i canti fra le letture della S.Messa e i
canti processionali (antifona all’introito,
all’offertorio e alla comunione). 3 - Nel secolo VIII in
Francia, durante il rinascimento
carolingio, accadde il fatto decisivo per la storia del gregoriano. In
occasione della visita in Gallia, nell’anno 754 del papa Stefano II
all’imperatore Pipino il breve, per chiedere protezione politica, nacque l’idea
di un’alleanza religiosa con l’introduzione della liturgia della chiesa di Roma
nelle regioni della Gallia. Pipino il Breve vide nella liturgia romana un modo
per garantire l’unità religiosa dei suoi territori e, attraverso ciò, un modo
di consolidare la loro unità politica. Pipino decretò così l’adozione nel suo
regno della liturgia romana; questa misura verrà poi proseguita energicamente
da Carlo Magno. Avvenne
così una fusione e una rielaborazione della tradizione liturgico-musicale
romana e gallicana: è questo l’inizio di quello che noi oggi comunemente chiamiamo
canto gregoriano, ma che, con più
precisione, andrebbe definito come canto
romano-franco. In esso non mancano tracce degli altri repertori
(soprattutto mozarabico e ambrosiano). Al
momento dell’incontro tra i due repertori gallicano e romano si produsse un incrocio:
questa è l’ipotesi più probabile per gli studiosi contemporanei. Il testo dei
canti romani divenne il testo di riferimento. Per la melodia avvenne
diversamente: i musicisti gallicani accettarono l’andamento e i cardini
compositivi del canto romano, ma lo rivestirono di un’ornamentazione del tutto
diversa, quella alla quale erano legati. Nonostante
le resistenze incontrate soprattutto in Gallia, a Milano e in Spagna, il nuovo
repertorio romano-franco ottenne un’ampia diffusione, per due motivi
fondamentali: a –
innanzitutto per l’invenzione di un procedimento per la scrittura della
melodia. La diffusione del nuovo repertorio voluto da Carlo Magno con
l’adozione della liturgia romana necessitava del supporto della scrittura. Nell’affidare alle pergamene
il canto gregoriano, dopo un lungo periodo di sola trasmissione orale in cui si
cantava a memoria, in un primo momento si scrissero libri con i soli testi dei
canti; successivamente si cominciò ad aggiungere ai testi la notazione musicale
(vedi il punto 4). b – un
secondo motivo fu l’attribuzione di questo repertorio a uno dei personaggi più
illustri dell’antichità cristiana, il papa Gregorio
Magno (+604), a partire dalla testimonianza di Giovanni Diacono (sec.IX).
Oggi però si ritiene ormai tale affermazione priva di fondamento storico.
Le
sequenze sono composizioni
sviluppatesi sui melismi degli Alleluia; i Tropi
sono aggiunte di nuovi testi letterari a quelli preesistenti della liturgia; i Versus sono ritornelli corali da
intercalare alle strofe di un inno.
Dopo
una prima fase di grande sviluppo, il gregoriano andò incontro a un secondo
periodo di decadenza, dovuto a
diversi fattori. Col progresso della notazione musicale il gregoriano perse
slancio, immobilizzato dai segni di riferimento fissi; inoltre vanno
considerati altri fenomeni come la sillabizzazione dei melismi, il fenomeno del
discanto, ecc… Alla
fine del Medioevo il canto gregoriano entrò in uno stato di completa decadenza,
sia nell’edizione (la tristemente famosa edizione Medicea) che nell’esecuzione.
Nei manoscritti ci troviamo di fronte a una “pesante successione di note
quadrate che non suggeriscono alcun sentimento all’anima” (Dom Gueranger). Il
rinascimento diede il colpo di grazia: le melodie, corrette ufficialmente, vennero
sottoposte ai canoni della latinità classica. I lunghi melismi, divenuti
fastidiosi da quando si era dimenticata l’arte di cantarli, vennero amputati e
ridotti a poche note. La
restaurazione gregoriana ha inizio
con l’attività di dom Prosper Gueranger che avviò la ripresa della vita
monastica nell’abbazia di Solesmes in Francia, dopo i 40 anni di interruzione
dovuta alla rivoluzione francese. Egli era convinto che attraverso la
restaurazione del canto gregoriano si sarebbe passati facilmente al rinnovamento
della liturgia. Dom
Guéranger affrontò innanzitutto l’esecuzione, chiedendo ai suoi monaci di
rispettare nel canto il primato del testo. Successivamente si passò, sotto la
direzione di dom Paul Jausions, a restaurare la melodia autentica, cominciando
a copiare i più antichi manoscritti di canto gregoriano. Iniziarono i primi
tentativi di confronto tra i manoscritti – con il contributo anche di dom
Joseph Pothier – e nel 1883 si arrivò alla pubblicazione del primo libro dei
canti della messa, nel quale la restituzione melodica raggiunse un livello già
assai buono. I lavori proseguirono con dom André Mocquereau che curò la prima
collezione di fac-simili dei principali manoscritti di canto esistenti nelle
biblioteche d’Europa. Le
ricerche sono arrivate, fin dall’inizio del XX secolo, ad una edizione
ufficiale dei canti della messa (Graduale
romanum, 1908) e dell’ufficio (Antiphonale
romanum, 1912). Si tratta dell’edizione Vaticana, richiesta, promulgata e
stampata dalla Santa Sede. Una
nuova tappa fu superata con la pubblicazione dell’Antiphonale monasticum (1934) che ha segnato un progresso nella
fedeltà delle restituzioni delle melodie. L’ultimo libro pubblicato da Solesmes
è il Liber Hymnarius (1983). 3.
Alcune suddivisioni del repertorio gregoriano Una
prima differenziazione da fare all’interno del vasto repertorio gregoriano è
quella tra i canti dell’Ufficio e i canti della Messa. -
I canti dell’Ufficio comprendono: le
antifone ai salmi, gli inni e i responsori (brevi e prolissi). -
I canti della Messa sono
rappresentati dai recitativi (del
celebrante e dei ministri), i canti del Proprium
Missae (Tractus, Graduale, Alleluia, Introitum, Offertorium e Communio) e i
canti dell’Ordinarium Missae (Kyrie,
Gloria, Credo, Sanctus e Agnus Dei). Una
seconda importante ripartizione riguarda il genere melodico delle composizioni.
Il gregoriano in rapporto alla funzione cultuale delle varie forme musicali ha
elaborato tre diversi generi melodici: il sillabico, il semi-ornato e l’ornato
(melismatico). -
Nel genere sillabico
(es. le antifone dell’Ufficio) la melodia è formata per lo più da neumi
monosonici (formati cioè da un solo suono) -
Nel genere semiornato
(es. Introitum e Communio) i neumi che costituiscono la melodia sono
pluri-sonici -
Nel genere ornato
(es. Graduale e Alleluia) le sillabe delle parole vengono arricchite da una
vera e propria fioritura di note. Excursus 1: I CANTI
DELL’ORDINARIO DELLA MESSA L’Ordinarium
Missae è uno dei due generi di canto gregoriano attualmente praticati nella
liturgia della CFD. I canti dell’ordinario della messa hanno il testo fisso,
indipendente dal giorno o dalla memoria-festa liturgica. Sono sempre designati
dalle loro prime parole: si tratta del Kyrie, il Gloria, il Credo, il Sanctus e
l’Agnus Dei. Partendo dal primo di essi, l’insieme di questi canti
dell’ordinario prende il nome di Kyriale.
Nei libri moderni, questi canti sono stati
raggruppati in modo da formare delle “messe”, cioè delle raccolte. La messa I è
per il tempo pasquale, la messa IV per le feste degli apostoli, la messa XI per
le domeniche del tempo ordinario, ecc… Questo criterio risale però alla
restaurazione gregoriana del secolo XIX e riflette raramente una verità
storica. Nell’insieme questi canti sono di stile popolare:
ve ne sono parecchi, molto semplici, che possono essere molto antichi. In molti
casi tuttavia l’influenza della schola determina dei canti con uno stile molto
più elaborato (es. Kyrie II, Agnus Dei V,…).
Excursus 2: GLI INNI PER
LA LITURGIA DELLE ORE L’altro genere di canto praticato nella liturgia
della CFD (attualmente solo nelle case di IV ramo) è l’inno. Il libro utilizzato è il Liber
Hymanrius del 1983. Gli inni, di carattere popolare, sono composizioni
abbastanza semplici, particolarmente cantabili. La ripetizione della stessa
melodia per tutte le strofe facilita anche la memorizzazione della musica e,
attraverso questa, del testo. Dall’antichità gli inni hanno avuto un ruolo
considerevole nell’insegnamento della vera dottrina, soprattutto nel contesto
della lotta contro le eresie cristologiche. Per la semplicità del metro
ottennero un immediato e vasto successo. Non avendo un testo scritturistico, gli inni sono
entrati nella liturgia romana ufficiale piuttosto tardi, a partire dal XIII
secolo, mentre le regole monastiche (come quelle di san Benedetto o di san
Cesario di Arles) li hanno invece accolti molto presto, dal secolo VI. 4.
Il neuma
Il
neuma può essere definito come il
segno musicale della sillaba cantata oppure la sintesi dei suoni della sillaba. Su ogni sillaba esiste,
dunque, un solo neuma, il quale può essere formato da un suono (monosonico) o più suoni (plurisonico). I
neumi sono i segni che cominciarono ad essere usati in epoca carolingia (secoli
VIII-IX) quando, per evitare di perdere la memoria di certi canti e per
facilitare il ripasso della melodie, si iniziò ad elaborare una notazione
musicale. Essi derivano dalla trasformazione degli accenti dell’oratoria latina
(punctum e virga): non ci sono pervenuti in un’unica versione, bensì in
numerose varianti, secondo l’area geografica. Dapprima
furono posti sul testo liturgico senza nessuna indicazione di altezza degli
intervalli (neumi in campo aperto o adiastematici); in seguito, prima con
l’introduzione di un rigo, poi di due con relative chiavi per indicare quali
note corrispondevano ai neumi che cadevano sui righi, ed infine con il tetragramma
(sistema di quattro righi) con la successione scalare di righi e spazi, si
arrivò ad una determinazione sempre più precisa dell’altezza degli intervalli
tra le note. La
notazione primitiva aveva dunque come elementi basilari due accenti; l’accento
acuto (la virga, segno che indica una
nota alta) e l’accento grave (il punctum,
segno che indica una nota grave). L’attuale punctum quadrato dei nostri
spartiti tiene il posto di tutti e due questi segni primitivi; essendoci ora il
rigo a precisare la linea della melodia, la differenza fra virga e punctum non
ha più ragion d’essere. I
libri attuali di canto gregoriano riportano la forma quadrata delle note, che
riproduce e stilizza la notazione delle fonti manoscritte che cominciò a
diffondersi a partire dal XIII-XIV sec.. Essa, nonostante imperfezioni e
lacune, è molto superiore a qualsiasi tentativo di trascrizione in notazione
moderna. Le
indicazioni che abbiamo fornito in questa breve introduzione sono per forza di
cose sintetiche. Per chi volesse approfondire l’argomento, presento qui una
breve bibliografia i cui testi sono
stati il punto di riferimento di queste note. SAULNIER
dom DANIEL, Il canto gregoriano,
Piemme, Casale Monferrato (AL), 1998. AA.VV.,
Storia della musica (pp.26-45),
Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 1999 CARDINE
dom EUGENE, Primo anno di Canto
Gregoriano, Pontificio Istituo di musica sacra, Roma, 1970. TURCO
ALBERTO, Il canto gregoriano. Corso
fondamentale, Edizioni Torre d’Orfeo, Roma, 1996. D’ANTIMI
FAUSTO, Antologia di Canto gregoriano,
Abbazia di Saint-Pierre, Solesmes (Francia), 1997. IL
CANTO LITURGICO Gran parte del testo sopra
riportato è tratto da: Ratzinger Joseph, Introduzione
allo spirito della liturgia, pp.132-152, San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi),
2001. Per la
parte relativa al Concilio Vaticano II ho fatto riferimento all’articolo di
Carniti Giacomo, La musica sacra nella
liturgia a partire dalla Sacrosanctum Concilum (da RIVISTA LITURGICA). 1. TRE SALMI PER PARTIRE… Uno spunto per avviare la nostra
riflessione. Tre versetti salmodici: Sal
147,1: “Lodate il
Signore: è bello cantare al nostro Dio, dolce
è lodarlo come a lui conviene…” Sal
92,2: “È bello dar lode al Signore e
cantare al tuo nome, o Altissimo…” Sal
33,3: “Cantate al
Signore un canto nuovo, suonate la cetra con
arte e acclamate…” Ho scelto
questi tre versetti salmodici - un piccolo esempio tra i numerosissimi passi in
cui il salterio si riferisce al canto liturgico - come punto di partenza da
proporvi per questo incontro. In che misura il nostro canto al Signore è bello,
dolce
e fatto con arte? E che cosa significano queste tre espressioni?
Cercheremo di dare una risposta a questi interrogativi nella nostra esposizione… 2. UN MODELLO: IL MAGNIFICAT DI MARIA Un modello da tenere davanti a noi: l’icona di Maria nel suo Magnificat.
Qual è il segreto del canto di Maria? Maria canta l’intervento di Dio nella sua
vita: Dio “ha guardato l’umiltà della sua
serva” e, per questo, ha potuto
compiere “grandi cose” in lei. La
conseguenza è la lode di Maria, che
“esulta e magnifica” (fa grande!) il Signore. Il canto di Maria è quindi contemplazione
dell’evento di salvezza, in linea con tutto l’Antico testamento, dal cantico
di Mosé (Es 15) in avanti. In Es 15 troviamo il primo canto della Bibbia: “Voglio cantare il nome del Signore perché ha
mirabilmente trionfato…”. Voglio:
quella di Mosé è un’esigenza! L’insegnamento
vale anche oggi per noi e per il nostro canto: cantiamo il canto della fede solo
se sappiamo riconoscere quotidianamente le meraviglie che il Signore compie
nella nostra vita. Per
realizzare questo dobbiamo chiedere al Signore uno sguardo di fede, sempre più
puro, e chiedere a Maria di insegnarci la sua umiltà. 3. LA SEMPLICE PAROLA NON BASTA PIU’… Per
Ratzinger il canto cristiano – o, meglio, il canto della fede - è animato da un
principio basilare di fondo: “dove Dio
entra in contatto con l’uomo, la semplice parola non basta più”. Questo
spiega perché il libro dei Salmi, che in larga parte è un libro di lamenti e di
suppliche, è un libro di canti. Davanti
a Dio anche la supplica e il grido diventano canto (non solo la lode,
quindi). 4. IL NOSTRO CANTO LITURGICO TRA IL PRIMO E IL SECONDO ESODO La
prima menzione del verbo cantare (zamir,
x309 volte nella Bibbia) è in Es 14, dopo il passaggio del mar Rosso. Israele
salvato dalle acque reagisce così all’intervento salvifico di Dio: “Essi credettero
al Signore e a Mosè, suo servo (14,31)…”Allora
Mosè cantò con gli israeliti questo canto al Signore…” (Es 15,1) In
Ap, alla fine della Bibbia, leggiamo che dopo che gli ultimi nemici del popolo
di Dio sono entrati sulla scena della storia – quando, cioè, tutto sembra
perduto per Israele davanti a un tale strapotere, al veggente è donata la
visione del vincitore: “stavano ritti sul
mare di cristallo. Accompagnando il canto con le arpe divine, cantavano il
cantico di Mosé, servo di Dio e il cantico dell’Agnello” (Ap 15,2s.). Il canto del servo di Dio Mosé diventa ora
il canto dell’Agnello. Non vincono le gigantesche bestie feroci, ma
l’Agnello sacrificato. Il
canto liturgico si colloca in questa tensione storica, tra il primo e il
secondo esodo, quello vero (la morte e la risurrezione di Gesù). Israele era in
cammino verso un canto definitivo, verso una salvezza non più seguita da paura,
ma solo dall’inno di lode. Chi crede alla resurrezione di Cristo conosce
davvero la salvezza definitiva: i cristiani entrano nella nuova alleanza,
cantano il canto nuovo, realmente nuovo, definitivo. Ma bisogna che – anche per i cristiani -
si compiano tutte le sofferenze della storia, che tutto il dolore sia raccolto
e consegnato nel sacrificio della lode (eucaristia) per esser trasformato nel
canto di lode. 5. IL CANTO DELLA CHIESA PROVIENE ULTIMAMENTE DALL’AMORE I
canti di Israele erano solo timidamente canti di amore per Dio. Era molto forte
il timore della potenza eterna del Creatore: era un amore nascosto, timido…La
connessione di amore e di canto entra per la prima volta nell’AT col Cantico dei Cantici, una raccolta di
poesie di amore umano. Israele lo accoglie nel canone vedendo nell’amore umano
un’immagine dell’agire di Dio con Israele. L’alleanza già nei profeti (Osea) veniva interpretata nell’immagine
del fidanzamento e del matrimonio come legame dell’amore tra Dio e l’uomo. Gesù fa sua questa linea della
tradizione di Israele: in una delle sue prime parabole parla di sé come dello
Sposo (Mc 2,19ss.). Il tema delle nozze diventa poi centrale nell’Ap:
attraverso la passione tutto si dirige verso le nozze dell’Agnello. I
cristiani hanno visto sin dall’inizio l’Eucaristia come la presenza dello Sposo
Gesù e, quindi, l’anticipazione della festa nuziale di Dio. Ratzinger
così afferma che il canto della Chiesa proviene ultimamente dall’amore.
“Cantare è proprio dell’amore”
(Agostino). E per noi cristiani l’amore è lo Spirito Santo, è lui
all’origine del nostro canto (cfr. Ef 5,18-20). Egli ci attira nell’amore per
Cristo e ci conduce verso il Padre. 6. UN BREVE PERCORSO STORICO a.
Gli inizi Lasciata
Gerusalemme e i territori della Siria e della Palestina, il messaggio cristiano
cominciò ad espandersi rapidamente in tutto il bacino del Mediterraneo. I primi
cristiani si trovarono ben presto di fronte al problema di creare una nuova
tradizione musicale, capace di unificare in qualche modo il mondo cristiano. Il
modello musicale teorico offerto dalla tradizione greco-ellenistica era ormai
del tutto separato da una concreta prassi artistica, mentre i modelli reali della
musica dei romani si presentavano ai cristiani del tutto inadeguati alle nuove
esigenze del culto cristiano (essa era infatti strettamente legata alle feste e
agli spettacoli pagani e vagamente a culti di divinità straniere). E
così il modello del canto ebraico fu
quello che certamente influenzò maggiormente – e in misura notevole - il
formarsi del canto cristiano; nelle forme antifonarie, nel canto a cappella
(cioè senza strumenti, troppo compromessi a quel tempo con la musica del mondo
pagano), nella salmodia e nell’innodia come semplice canto intonato dei canti
sacri. I cristiani assunsero così il modo
di cantare il salterio dalle sinagoghe; poi cominciarono a comporre i loro
primi inni (Benedictus, Magnificat, Prologo di Giovanni, inno di
Fil 2, l’inno a Cristo di 1Tim 3,16). Plinio il giovane all’inizio del secondo
secolo scrisse all’imperatore Traiano per informarlo sul culto dei cristiani:
da questa testimonianza sappiamo che il canto a gloria di Cristo e della sua
divinità era un elemento costitutivo della prima liturgia cristiana. I
cristiani cominciarono poi probabilmente a ideare pian piano nuove melodie
legate ai nuovi testi. b.
I rischi dei primi secoli
Anche
negli inni e nella musica entrò la gnosi, una mistica generale, il
grande pericolo che minacciò la Chiesa nei primi secoli dall'interno. Il canone
59 del concilio di Laodicea (360)
vietò nella celebrazione liturgica l'uso di composizioni salmiche private e di
scritti non canonici: il canone 15 limitò il canto dei salmi al coro dei salmisti,
mentre “gli altri nella Chiesa non devono cantare”. Così
si perse gran parte degli inni post-biblici e si ritornò alla forma di canto
ereditata dalla sinagoga, puramente vocale. La decisione era indispensabile per
salvare la fede biblica, pur ritornando a una apparente povertà culturale. Gli
strumenti in Occidente rientreranno solo nel tardo Medioevo (in oriente no). c. Il canto gregoriano: origine e
sviluppo Abbiamo
già affrontato nella riflessione precedente il canto gregoriano e pertanto
rimandiamo a tale testo. d.
Il tardo medioevo e il Concilio di Trento
Dopo
questa lunga ma giustificata parentesi dedicata al canto gregoriano, facciamo
un passo indietro di qualche secolo e riprendiamo lo sviluppo storico a partire
dal momento in cui ha inizio la cosidetta decadenza gregoriana, vale a
dire la fine del medioevo. Questo
periodo – definito comunemente come tardo medioevo – è il periodo in cui la
libertà artistica comincia a rivendicare il suo spazio anche nel servizio
liturgico (questo soprattutto col Rinascimento).
Nacque così una contaminazione tra musica ecclesiastica e profana (vedi ad
esempio le Messe parodistiche: il
testo della messa venne sottomesso a una melodia che deriva dalla musica
profana, popolare). Come
conseguenza, la musica non si sviluppava più dalla preghiera, ma veniva a
staccarsi dalla liturgia, diventando fine a se stessa e spalancando le porte a
esperienze completamente diverse. Questo fenomeno riguardò soprattutto il canto polifonico, portato dai maestri
fiamminghi del XV secolo ad un altissimo livello artistico ma spesso
indifferente alla sacralità e al significato del testo liturgico. Il
Concilio di Trento intervenne,
affermando la priorità dell’aderenza alla Parola, limitando l’uso degli
strumenti e indicando una chiara differenza tra musica sacra e profana. Fu
Giovanni Pierluigi da Palestrina (1524-1594) che riuscì in modo mirabile a
conciliare le esigenze riformistiche di Trento con quelle artistiche, creando
uno stile di esemplare chiarezza ed equilibrio. e. Dal barocco al Motu proprio di Pio X Pio X intervenne
nel 1903 dopo l’esperienza del barocco. Ascoltando le messe di Bach e Mozart capiamo cosa significhi la gloria di Dio: il
mistero della bellezza infinita ci fa sperimentare la presenza di Dio in
maniera più vera di quel che potrebbe accadere attraverso molte prediche. Ma
col barocco nacque il pericolo del virtuosismo fine a se stesso, la vanità
della propria abilità, che non si pone più al servizio del tutto, ma vuole
spingere se stessa in primo piano. Ritornarono i problemi che avevano indotto
Trento a intervenire in precedenza. In modo analogo, dopo appena due mesi dalla
sua nomina, Pio X col suo Motu Proprio
allontanò definitivamente la musica operistica dalla liturgia, indicando il canto gregoriano e la grande polifonia di Palestrina come criterio
della musica liturgica, distinguendo chiaramente quest’ultima dalla musica
religiosa in generale.
f. Il Concilio Vaticano II: una nuova fase 1
– Per il CV II la musica nel culto cristiano ha innanzitutto un compito ministeriale che non si
esaurisce in una esteriore funzionalità e che non fa della musica solo una
“umile ancella” (Pio X) o una “nobilissima serva” (Pio XI). In SC 112 leggiamo:
“Il canto sacro unito alle parole, è parte
integrante e necessaria della liturgia”. Necessario è ciò di cui non si può fare a meno; integrante è qualcosa che è parte
essenziale di un tutto. Per molto tempo la musica nella liturgia fu considerata
un orpello aggiunto, un lusso, auspicabile ma non indispensabile! Il canto, la
schola, l’organo non aggiungevano nulla in più, se non l’aspetto accidentale di
una maggiore solennità. Il canto era talmente estraneo all’essenza della
celebrazione liturgica che il celebrante era obbligato a leggere sottovoce
anche i testi intonati dalla schola (!!!). 2 – Col CV II si è riscoperto il ruolo dell’assemblea nella liturgia
cantata. Con il Concilio si è avuta l’acquisizione del concetto di
partecipazione attiva dell’assemblea: è un diritto-dovere che deriva dal
battesimo ricevuto e dalla natura della Chiesa, popolo regale e sacerdotale che
partecipa secondo la propria condizione al sacerdozio di Cristo. Nei
secoli passati si era sviluppato invece un progressivo divorzio tra la celebrazione dei riti e il canto del popolo,
per vari motivi. a
– la lingua e i riti diventarono sempre
più incomprensibili b
– le melodie liturgiche si fecero sempre più complesse, eseguibili solo da
specialisti o scholae molto esercitate. Già verso il secolo VII il popolo si
trovò tagliato fuori. c
– di fronte alla riforma di Lutero (il quale sostituì ai canti
latini inni tedeschi più accessibili alla memoria del popolo, che permettessero
così la partecipazione attiva dei fedeli al rito) la chiesa cattolica col
concilio di Trento non se la sentì di abbandonare tutta la sua storia musicale,
fatta di gregoriano e di polifonia. Finì così per sanzionare la professionalità
del servizio musicale ecclesiastico e, di conseguenza, la lontananza dei
fedeli, predestinati a ricevere ed ammirare, senza partecipare ed agire. Questa
situazione si è più o meno mantenuta fino al Vaticano II. Sintesi: alcuni punti fermi per la
musica liturgica cristiana 1 -il chiaro
dominio della Parola. I testi
biblici e liturgici sono le parole di riferimento del canto e della creazione
di nuovi inni. 2 - La preghiera e
il canto sono dono dello Spirito (Rm 8,26). Ma lo Spirito prende del Suo (Gv
16,14): il dono dello Spirito è sempre riferito alla Parola, al senso che crea
e sostiene la vita, Cristo. Le
parole sono superate, ma non la Parola, il Logos. Resta quindi una sobrietà
ultima che si contrappone all’annegamento nell’irrazionale e nell’assenza di
misura. Quindi non ogni forma di musica può entrare a far parte della
liturgia cristiana. Essa esige un
criterio e questo criterio è il LOGOS. Il criterio di una musica conforma al Logos
è l’integrazione dell’uomo verso l’alto e non la sua liquidazione in una
ebbrezza priva di forma o nella pura sensualità. Testi del Nuovo Testamento e della tradizione cristiana
A – Mt
26,30 “E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi”. B – At
16,25 “Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i carcerati stavano ad ascoltarli”. C – Ef
5,18-20 “E non ubriacatevi di vino, il quale porta alla sfrenatezza, ma siate
ricolmi dello Spirito, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici
spirituali, cantando e inneggiando
al Signore con tutto il vostro cuore, rendendo continuamente grazie per ogni
cosa a Dio Padre, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo”. D – Col
3,16-17 “La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente; ammaestratevi e
ammonitevi con ogni sapienza, cantando
a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali. E tutto
quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù,
rendendo per mezzo di lui grazie a Dio Padre”. E – Dalla
lettera X,96 di Plinio il giovane, governatore della Bitinia, all’imperatore
Traiano “(…) Affermavano tuttavia che il massimo della loro
colpa o errore era consistito nell’essere soliti, in un dato giorno, riunirsi
prima del giorno e cantare
alternatamente un inno a Cristo come ad un Dio…”. F – Dall’omelia
di Giovanni Paolo II tenuta a Manila per la beatificazione di Lorenzo Ruiz e compagni
martiri “Il canto dei salmi al
Signore onnipotente e misericordioso accompagnò la loro gloriosa testimonianza,
sia quando si trovarono in prigione, sia quando affrontarono il supplizio
durato tre giorni”. G – Dalla
“Storia del martirio dei santi Paolo Miki e compagni” scritta da un autore
contemporaneo “(…) Fratel Martino cantava alcuni salmi per ringraziare la
bontà divina, aggiungendo il versetto: “Mi affido alle tue mani” (Sal
30,6)…Antonio, che stava al fianco di Ludovico, con gli occhi fissi al cielo,
dopo aver invocato il santissimo nome di Gesù e di Maria, intonò il salmo Laudate, pueri, Dominum, che aveva imparato a
Nagasaki durante l’istruzione catechistica…” Musicam
Sacram (istruzione
della Sacra Congregazione dei Riti, pubblicata il 5 marzo 1967) 5.
L’azione liturgica
riveste una forma più nobile quando è celebrata in canto, con i ministri di
ogni grado che svolgono il proprio ufficio, e con la partecipazione del popolo.
In questa forma di celebrazione, infatti, la preghiera acquista un’espressione
più gioiosa, il mistero della sacra liturgia e la sua natura gerarchica vengono
manifestati più chiaramente, l’unità dei cuori è resa più profonda dall’unità
delle voci, gli animi si innalzano più facilmente alle cose celesti per mezzo
dello splendore delle cose sacre, e tutta la celebrazione prefigura più
chiaramente la liturgia che si svolge nella Gerusalemme celeste. 27.
Nella celebrazione dell’eucaristia, con la
partecipazione del popolo, specialmente nelle domeniche e nei giorni festivi,
si preferisca, per quanto è possibile, la forma della messa in canto anche più
volte nello stesso giorno. 28.
(…) vengono proposti per la messa cantata
dei gradi di partecipazione, in modo che risulti più facile, secondo le
possibilità di ogni assemblea liturgica, rendere più solenne con il canto la
celebrazione della messa. L’uso di questi gradi sarà così regolato: il primo
potrà essere usato anche da solo; il secondo e il terzo integralmente o
parzialmente, solo insieme al primo. Perciò si curi di condurre sempre i fedeli
alla partecipazione piena al canto. 29. Il primo grado
comprende: - nei riti di ingresso: il saluto del sacerdote con la risposta
del popolo - l’orazione - nella liturgia della parola: le acclamazioni al vangelo - nella liturgia eucaristica: l’orazione sulle offerte - il
prefazio, con il dialogo e il Sanctus - la
dossologia finale del canone - il Pater
noster con l’ammonizione e l’embolismo - il Pax Domini - l’orazione dopo la comunione - le formule di congedo 30. Il secondo grado comprende: il Kyrie, il Gloria e l’Agnus Dei - il Credo - l’orazione dei fedeli 31. Il terzo grado
comprende: - i canti processionali d’ingresso e
di comunione - il canto dopo la lettura o
l’epistola - l’Alleluia prima del
vangelo - il canto d’offertorio - le letture della sacra scrittura, a meno che
non si reputi più opportuno proclamarle senza canto A cura di P. Stefano Albertazzi [ HOME ] [ PAGINA PRINCIPALE ] |