 |
Come, in ragione della sua missione, la Chiesa non potrebbe mai interrompere il suo dialogo col mondo, così, in ragione della sua stessa natura, essa non potrebbe interrompere il suo dialogo con Israele.
La permanenza d’Israele dopo l’avvento del Cristo pone alla coscienza cristiana un problema. il rifiuto d’Israele a riconoscere il Cristo ha provocato, come suggerisce Gesù medesimo e scrive san Paolo, la vocazione dei gentili al Regno di Dio. Col rifiuto d’Israele s’inizia così la missione della Chiesa.
Ma questo stesso rifiuto non potrebbe anche preservare la Chiesa cristiana dal pericolo di una sua mondanizzazione?
Forse anche la permanenza d’Israele alimenta nel cuore del mondo cristiano la speranza nella seconda venuta. La dichiarazione conciliare medesima sembra suggerirlo quando insegna: «Con i Profeti e con lo stesso Apostolo la Chiesa attende il giorno che solo Dio conosce in cui tutti i popoli acclameranno il Signore con una sola voce e “lo serviranno appoggiandosi spalla a spalla”».
L’attesa dei Profeti rimane l’attesa d’Israele. È l’attesa stessa della Chiesa cristiana. L’adempimento della comune speranza porrà fine al dialogo perché, secondo san Paolo, «tutto Israele allora si salverà» (Rom 11, 26).
«Se il loro ripudio è diventato la riconciliazione del mondo, che sarà la loro riammissione se non risurrezione dai morti?» (Rom 11, 15).
|